Recruiting e Selezione:

Luci e ombra sulla Legge Biagi (seconda parte)

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orientATTIVAmente (è possibile convivere con la Legge Biagi?)

(seconda parte)

Affinché ciò accada è però necessario fare attenzione ad alcune trappole.

Non esiste più il lavoro: in realtà non esiste più il posto di lavoro. Il posto a tempo indeterminato sta diventando sempre più una rarità, non per questo è scomparso il lavoro, che invece è diventato più sfumato, meno rigido, più suscettibile di cambiamenti, ma tuttavia ancora esistente: secondo i dati dell’Osservatorio del Mondo Giovanile, nel 2002 nella Provincia di Torino circa il 40% delle industrie che assumevano lo facevano attraverso questi cosiddetti contratti flessibili. Identificarsi con un’unica professione. Se è vero che il lavoro è diventato più fluido, allora le vecchie concezioni di mansione ed occupazione cadono. La vecchia concezione di individuo strettamente identificato con il suo singolo mestiere lascia il passo ad una visione a 360° in cui la persona è la risultante di molteplici fattori: le sue conoscenze, il suo saper fare, la propria esperienza.

In quest’ottica il fatto di aver svolto una mansione per molti anni non ci impedisce di cambiare e reinventarci una professione, ad esempio basandoci sui nostri interessi personali.

Diventa fondamentale una formazione che non si limiti agli ambienti scolastici, ma anche nella vita quotidiana. Analizzando le biografie di numerosi uomini di successo è possibile notare come le loro occupazioni derivino dalle loro passioni, e come siano riusciti a trasformare le loro passioni in occupazioni: il risultato è la spinta verso un miglioramento continuo, alla costante ricerca di nuove strade da percorrere.

Farci coinvolgere dal lato negativo dell’incertezza e muoverci verso un pessimismo che chiude ogni possibilità di fuga.

Se si concepisce la persona secondo un’ottica a 360° esisterà sempre una via di fuga, ma se ci rinchiudiamo nella convinzione di non avere possibilità di uscita allora non le vedremo!

Fortunatamente non siamo soli su questo sentiero: ci vengono incontro delle risorse tanto potenti quanto noi siamo disposti a credere in esse. La cosa più affascinante è che noi le possediamo già, dal momento che sono dentro di noi: ricorrere ad un esperto può servire a scoprirle e ad imparare a come utilizzarle.

Possiamo identificarle come domande:

Ci sentiamo in grado di riuscire nell’intento?

Il senso di autoefficacia è fondamentale: il sapere di potercela fare è importantissimo se vogliamo imparare ad affrontare un mercato del lavoro sempre più incerto.

Vi è mai capitato di trovarvi in una situazione apparentemente senza via di uscita e di trovare la soluzione nonostante le probabilità di successo fossero molto scarse? Forse in quell’attimo avete notato un particolare che in principio vi era sfuggito, oppure la creatività della vostra mente ha agito in modo tale da mettere in relazione due elementi apparentemente senza collegamento…

Come detto prima, il pessimismo chiude la mente e blocca questo flusso creativo.

Abbiamo esaminato tutti i punti di vista del problema?

Talvolta siamo così intenti ad esaminarne un aspetto che non vediamo tutti gli altri. La realtà è molto complessa, ed un primo passo per viverla è riuscire ad espandere la propria visione in modo da abbracciare questa complessità.

Solo allora noteremo elementi e collegamenti che prima non pensavamo possibili.

Questo riguarda anche l’esame delle proprie possibilità e capacità: ricordate che ogni volta che scartate un’idea a priori, forse perché giudicata inapplicabile, state perdendo la visione della complessità, e quindi state perdendo delle occasioni!

Disponiamo degli strumenti necessari per andare avanti nella realizzazione di noi stessi?

Questa domanda diventa necessaria nel momento in cui abbiamo scelto la strada da seguire.

E se scopriamo di non disporre di alcuni strumenti? Allora esiste sempre la possibilità di recuperarli, oppure unirsi a persone che dispongono di questi mezzi: la crescente complessità ci chiede di riscoprire il valore del gruppo in quanto portatore di risorse altrimenti inaccessibili al singolo individuo.

Che cosa è successo quando abbiamo perso?

Brutta domanda, è vero (a chi piacerebbe ripensare ai propri fallimenti?), ma fondamentale per apprendere dai propri errori e non ripeterli.

Accade spesso, infatti, che se analizziamo i nostri fallimenti scopriamo che le debolezze in questione seguono un filo conduttore, un comune denominatore. Quest’ultimo non ci rappresenta un nemico, ma un insegnamento.

Il passato non può più essere modificato, ma il futuro può ancora essere costruito…attraverso il presente!

Da quanto abbiamo visto convivere con le nuove normative è possibile, a patto però che le si guardi con una prospettiva diversa, senza pre-giudizi e con lo spirito di chi è desideroso di esplorare un nuovo mondo, e di conseguenza un nuovo se stesso.

Ivan Ferrero

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