Primo Marzo 2010 Sciopero degli Stranieri
Scritto da Massimo Sozzi Lunedì 01 Marzo 2010 09:41
Oggi, primo marzo 2010, i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia sono invitati a incrociare le braccia.
Collegandosi e ispirandosi al francese La journée sans immigrés: 24h sans nous, il movimento Primo marzo 2010 vuol far capire all'opinione pubblica italiana quanto sia determinante l'apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra società.
E per farlo ha deciso di utilizzare lo sciopero. Come esperti delle risorse umane ci chiediamo: esiste una psicologia dello sciopero?
Parlare di sciopero non è così semplice: «Accanto al modello tradizionale di sciopero fondato su rivendicazioni dirette all'altra parte sociale, cioè al datore di lavoro, la memoria e l'esperienza individuano altre forme di sciopero (...). Nello sciopero politico il datore di lavoro (...) sembra scomparire e al suo posto, come obiettivo della protesta o della richiesta, compare il potere politico. (...) gli scioperi di solidarietà, quando i lavoratori non scioperano per sé, ma per sostenere e difendere altri lavoratori. In realtà una solidarietà efficace è sempre fondata sulla identificazione della difesa degli altri con la difesa di se stessi. (…) Lo sciopero "bianco", quando gli scioperanti sospendono il lavoro mantenendo la presenza sul posto di lavoro, (…) lo sciopero regolamentare, forma di ostruzionismo che consiste nell'applicare rigorosamente i regolamenti e paralizzare, in tal modo, o disturbare la produzione del bene o del servizio (…) uno sciopero tipico, quello "a rovescio", che in Italia è stato realizzato soprattutto nel 1950-51, al tempo del Piano del lavoro della Cgil. E' uno sciopero esattamente speculare a quello classico(…) Gli operai occupavano le fabbriche minacciate di smobilitazione (e quindi di licenziamenti), le direzioni abbandonavano gli stabilimenti e operai e tecnici continuavano la produzione o magari ne progettavano una diversa» (Foa).
Non c'è, quindi, una sola definizione di sciopero. E di conseguenza non ci potrà essere una sola psicologia dello sciopero. Ma quali spunti, un addetto alle risorse umane, può trovare per studiare lo sciopero?
Un primo collegamento tra sciopero e stati psichici lo troviamo nella teoria delle emozioni di William James (1884-1885, 1890). Come citato da Wozniak, «angry because we strike»: secondo James saremo arrabbiati perchè scioperiamo.
Ancora nel testo di Foa è citata la ricerca sullo sciopero condotta da Sandra Sassaroli in collaborazione con Tatiana Pipan. La Sassaroli si è basata sulla psicologia dei costrutti personali di George A. Kelly, secondo la quale l'uomo non è vittima del suo ambiente né della sua storia, ma è un soggetto che costruisce attivamente il suo mondo al fine di anticiparlo nel modo più efficace possibile. Utilizzando il Repertory Grid Test si è indagato sulla rappresentazione che i soggetti scioperanti danno di se stessi nei rapporti coi colleghi, e verso gli utenti della loro attività.
I risultati per una psicologia del lavoro e della comunità sono molto interessanti: per esempio sulla solidarietà è emerso come non sia vero che nelle moderne relazioni sociali sia morta, essa è solo cambiata. Non ha più contenuti universalistici, di classe, legati alla condizione umana del lavoro, ma è una solidarietà di gruppo, legata al momento della lotta e all'identità della condizione specifica, del movente che ha determinato il conflitto. C'è anche una solidarietà di chi non lotta ma è d'accordo con chi lotta, ma appare fragile e temporanea. Singolare è il rapporto con i media: non servono a cercare solidarietà ma ad amplificare il clamore della lotta, per mostrare a tutti il potere di offesa. Contemporaneamente si nota come i media siano responsabili dell'oscuramento dei contenuti dell'informazione a vantaggio delle sole componenti di superficiale visibilità. In queste condizioni si capisce perché è così difficile escogitare metodi di lotta che risparmino gli utenti senza ridurre l'efficacia dell'azione. Vi sembrano argomenti molto attuali? Non cadete in errore: non stiamo parlando di un saggio del 2000 ma della fine degli anni '80!
Troviamo un ultimo interessante spunto nel testo “La strategia del conflitto” dell'economista Thomas C. Schelling. Come riportato nella recensione di Valerio Maio (raggiungibile e scaricabile da www.trentarighe.com), secondo il modello di Schelling, definito come teoria della decisione interdipendente, ogni conflitto si spiega e si legittima per l’esistenza, anche solo possibile, di un interesse comune tra le parti. Il conflitto, che non è lo scontro ma l’antidoto allo scontro stesso, è la regola, delle relazioni industriali.
Ogni conflitto si può ricondurre a una situazione essenzialmente relazionale e, quindi, contrattuale. E in questo senso possiamo dire che ogni sciopero contiene già in sé i germi del contratto. Il conflitto sindacale, lo sciopero, è comunicazione, che si potrà esprimere soltanto mediante la condivisione di un linguaggio e una coincidenza, anche solo minima e parziale, di valori. Per funzionare, la controparte dovrà conoscere i sistemi di significazione tipici di ciascuna realtà considerata; l'efficacia persuasiva di questi sistemi discenderà dall’attendibilità che l’interlocutore si è in passato guadagnato sul campo, oltre che dall'essere (i segnali stessi) più o meno costosi. Di qui, l’assunto che per quanto disperata e disperante possa apparire una singola mossa strategica, la comunicazione conflittuale si nutre necessariamente della fiducia nella razionalità, o meglio della razionalità attesa, dell’interlocutore.
Forse non esiste ancora una letteratura sufficientemente ampia sulla psicologia dello sciopero, ma l'occasione offertaci dal movimento Primo marzo 2010 può essere un ottimo spunto e sprono di riflessione.
Ulteriori approfondimenti sul movimento li trovate su PeaceReporter, da cui è tratta l'immagine.
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