Ansia da flessibilità del lavoro?

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La tanto decantata flessibilità è fonte di ansia? Riflessioni personali “Il posto fisso non esiste più”, “il mercato globale implica flessibilità”, “bisogna rassegnarsi all’incertezza”, e via di questo passo. L’economia attuale, e il processo di riforma del lavoro che l’Italia – ma più in generale l’Europa – sta affrontando aumentano drasticamente le possibilità di ascoltare, nel bene e nel male, una frase come quelle sopra esposte. Al bar come alla riunione del sindacato o a quella del CdA, è tutto un rifiorire di “non esiste più il posto fisso”, declinato nelle sue infinite varianti e sfumature. Si tratta di stabilire quali siano, queste sfumature, e che peso abbiano per i singoli. In linea di massima, mi pare prevalga (almeno nel contesto con cui interagisco abitualmente) un atteggiamento del tipo “bisogna rassegnarsi”. Il che è d’altro canto giustificabile, vista la sfavorevole situazione congiuntura economica attuale. Quel che mi chiedo è se i decenni precedenti non hanno forse favorito una mentalità a metà tra l’organizzazione nipponica (l’azienda è il mio contesto e si prende cura di me fino alla vecchiaia) e lo statalismo “da prima repubblica” (spero di trovare un posto statale così sono a posto fino alla pensione). Non che sia deprecabile la ricerca di certezze, beninteso, ma il mio pensiero personale è che se veramente si vuol creare lavoro (e prodotti, e servizi, …) di qualità VERA, è necessaria una valorizzazione della dinamicità del sistema, al di là di paure e ansie di “perdere il posto”. Valori come etica e morale, adeguatamente riscoperti e valorizzati, possono essere elementi trainanti per una riorganizzazione che deve partire comunque dalla valorizzazione dell’individuo e delle sue capacità. Di fronte alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, in sostanza, la mia impressione è che siamo quasi tutti tentati dal vedere solo il bicchiere mezzo vuoto. C’è il bicchiere mezzo vuoto, eccome. C’è la possibilità di contrazione del mercato, di perdere il posto, di vedere diminuite le vendite, di trovarsi a casa. Ma (come sempre!) c’è anche il bicchiere mezzo pieno: occasione di mettersi in gioco, di apprendere a gestire il cambiamento, di trovare nuove strade per migliorare la qualità, di farsi domande su se stessi e sulla propria organizzazione…

Pensieri e riflessioni in merito, al solito, sono le benvenute.

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