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L'immagine
 di Marco Donatiello
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Ansia da flessibilità del lavoro? |
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Scritto da Daniele Biolatti
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Wednesday 02 July 2003 |
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La tanto decantata flessibilità è fonte di ansia?
Riflessioni personali
“Il posto fisso non esiste più”, “il mercato globale
implica flessibilità”, “bisogna rassegnarsi all’incertezza”,
e via di questo passo.
L’economia attuale, e il processo di riforma del lavoro che l’Italia
– ma più in generale l’Europa – sta affrontando aumentano
drasticamente le possibilità di ascoltare, nel bene e nel male, una frase
come quelle sopra esposte.
Al bar come alla riunione del sindacato o a quella del CdA, è tutto un
rifiorire di “non esiste più il posto fisso”, declinato nelle
sue infinite varianti e sfumature.
Si tratta di stabilire quali siano, queste sfumature, e che peso abbiano per i
singoli.
In linea di massima, mi pare prevalga (almeno nel contesto con cui interagisco
abitualmente) un atteggiamento del tipo “bisogna rassegnarsi”.
Il che è d’altro canto giustificabile, vista la sfavorevole situazione
congiuntura economica attuale.
Quel che mi chiedo è se i decenni precedenti non hanno forse favorito una
mentalità a metà tra l’organizzazione nipponica (l’azienda
è il mio contesto e si prende cura di me fino alla vecchiaia) e lo statalismo
“da prima repubblica” (spero di trovare un posto statale così
sono a posto fino alla pensione).
Non che sia deprecabile la ricerca di certezze, beninteso, ma il mio pensiero
personale è che se veramente si vuol creare lavoro (e prodotti, e servizi,
…) di qualità VERA, è necessaria una valorizzazione della
dinamicità del sistema, al di là di paure e ansie di “perdere
il posto”.
Valori come etica e morale, adeguatamente riscoperti e valorizzati, possono essere
elementi trainanti per una riorganizzazione che deve partire comunque dalla valorizzazione
dell’individuo e delle sue capacità.
Di fronte alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, in sostanza, la mia
impressione è che siamo quasi tutti tentati dal vedere solo il bicchiere
mezzo vuoto.
C’è il bicchiere mezzo vuoto, eccome. C’è la possibilità
di contrazione del mercato, di perdere il posto, di vedere diminuite le vendite,
di trovarsi a casa.
Ma (come sempre!) c’è anche il bicchiere mezzo pieno: occasione di
mettersi in gioco, di apprendere a gestire il cambiamento, di trovare nuove strade
per migliorare la qualità, di farsi domande su se stessi e sulla propria
organizzazione…
Pensieri e riflessioni in merito, al solito, sono le benvenute.
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