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di Marco Donatiello

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Sulla metodologia del metodo: ricorsività, ridondanza o ricerca? PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Donatiello   
Thursday 22 May 2003
Riceviamo e con entusiasmo pubblichiamo un articolo della dott.ssa Maria Cristina Garofalo, il nostro utente allocchetto.

Lungo la Via della professione si incontrano e diramano deviazioni per sentieri diversi: non tutti sono da seguire; anzi molto spesso i più sono da ignorare allegramente perché fuorvianti, scoscesi/ripidi, scomodi e senza uscita. C’è un vizio di fondo che caratterizza la nostra area del sapere: la prossimità al luogo comune; alla lettura/interpretazione cabalistica dei sogni; alla veridicità sistemica del tutto e del contrario di tutto. La zona prossimale di contaminazione con genericismi e pressappochismi di ogni tipo è quanto mai varia e vasta. Si intuisce ben presto che l’unica arma di sopravvivenza è attrezzarsi con qualche dispositivo dissipatore che dia credito e rintracciabilità alla propria prassi operativa; che sia riconoscibile, ripercorribile; generizzabile e sperimentabile. Credo alla tracciabilità dei percorsi di studio e di lavoro; penso siano l’unica strategia vincente per definire codici comunicazionali e comportamentali, non necessariamente uguali, ma omogenei, identificabili e standardizzabili. Punti di riferimento da cui partire per altre Vie, sentieri e percorsi di conoscenza e ricerca. Se questo non viene attuato in ambito psicologico/didattico/pedagogico dove sennò? Non credo alla globalizzazione delle risoluzioni. La Mente, -le Menti-, ed i vissuti individuali sono dipersè garanzie di biodiversità. Quello di cui parlo è qualcosa di molto simile ad un processo di problem solving. Quadri di riferimento generali su cui appuntare processi con procedure identificabili e riconoscibili. Piani di lavoro in cui trascrivere e monitorare i percorsi, gestibili e compilabili anche collettivamente e/o comunque, da mettere a fattor comune. Strumenti; nient’altro che strumenti. Attrezzi del mestiere. Nulla che voglia suonare come gabbia, coercizione, omologazione. Sono più di vent’anni che lavoro nella formazione/ricerca e molto spesso mi sono trovata di fronte a colleghi (soprattutto docenti) che invidiavano la mia capacità di pianificazione del lavoro: produrre schede, griglie, dispositivi di verifica. In una parola :documentare. Sempre lamentavano questa lacuna che la formazione universitaria non aveva colmato; anzi bellamente bypassato. Molto spesso non riuscivano a rintracciare e capire il loro stesso percorso, o valutare/inquadrare correttamente i risultati ottenuti. Non riuscivano a capire come mappare le competenze acquisite dai ragazzi o quantificare l’ampliamento della zona prossimale di sviluppo di soggetti in difficoltà. Ognuno ha i propri strumenti del mestiere, non si capisce perché quando di questi si parla in ambito psicologico, c’è subito un’alzata di scudi pregiudiziale di chi teme il controllo delle Menti. Le Menti sono più controllabili quando sono disarticolate, quando agiscono solo emotivamente e casualmente; quando non indagano in modo approfondito, verticale e ramificato al tempo stesso, quando non riflettono sul proprio pensieroperato. L’atto catartico del dichiarare ciò, come e cosa si stia facendo è un processo di generazione in senso stretto; di costruzione di altro da sé condivisibile e perciò stesso culturalmente ed intellettualmente accrescitivo. Un atto, quasi fisico, in cui si manipola e si forgia la conoscenza, l’informazione, come una qualsiasi altra materia, benché questa sia l’unica non deperibile con l’uso, ma incrementabile dallo stesso. Un atto in cui si creano modelli di pensiero/azione, in cui si estrinseca il Saper fare. Un atto in cui si edificano architetture concettuali più prossime e possibili alle modalità cognitive cerebrosensoriali. Ma tutto ciò è proprio la nostra Mente che spesso non lo riconosce….

Terni, 20/05/2003 dott.ssa Maria Cristina Garofalo
 
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