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di Marco Donatiello

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Expatriate Coaching PDF Stampa E-mail
Scritto da Daniele Biolatti   
Sunday 13 January 2008

EXPATRIATE COACHING - Il Coaching a supporto della mobilità di carriera internazionale.

Cos'è? Qual è lo stato dell'arte? Come è quando può essere utile? Ha un futuro, o è una "moda passeggera"? Ne parliamo con il Coach Francesco di Coste*.

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Daniele Biolatti: Tanto per cominciare, una definizione sintetica ma essenziale. Cosa si intende per "Expratriate Coaching"?

COACH: L'Expatriate Coaching è una forma di consulenza personalizzata a beneficio di una persona, in genere un manager e/o un suo congiunto che, per ragioni professionali si accingono a trasferirsi o si sono appena trasferiti in un paese straniero. Si tratta di un fenomeno di mobilità di carriera internazionale in risposta al quale il Coach è chiamato a promuovere e ad accelerare la fase di integrazione, rendendo la mobilità un'esperienza positiva per il manager espatriato, serena per la sua famiglia e vantaggiosa per la casa-madre (la corporate).

DB: Perfetto. Allora forse il quadro è più chiaro. Approfondiamo: il mercato globale del lavoro spinge molti manager stranieri a venire a lavorare in Italia.  Puoi raccontarci come e perché dovrebbero arrivare all' attenzione di un Coach? 

COACH: Il trasferimento di una persona o di una famiglia in un paese straniero per ragioni di lavoro è una questione delicata e complessa. Basti pensare che in molte lingue esistono affermazioni del tipo "in questo posto mi sento spaesato/a" per esprimere un disagio personale.
Ciò premesso, oggi si sono moltiplicate le condizioni in cui una azienda-madre (corporate), per ragioni organizzative e in particolare di diffusione e allineamento delle sue prassi internazionali, decide di far passare un periodo all'estero ad un certo numero di suoi manager. Una volta individuate le risorse interne disponibili alla mobilità internazionale, diventa importante per la casa-madre assicurare il successo della missione all'estero, anche per effetto dei costi che sono mediamente pari a due volte e mezzo quelli della posizione pregressa nel proprio paese.
Questa è la ragione per la quale le aziende cercano dei Coach specializzati sull'Expatriate Coaching:  per accompagnare il manager, o il suo partner, attraverso le fasi delicate dell’espatrio. Infatti in queste condizioni si osservano ben precisi pattern cognitivi che potrebbero portare all’ "abbandono" e al conseguente rimpatrio.

DB: A quali pattern cognitivi ti riferisci?

COACH: Ci sono quattro fasi. Nell'imminenza del trasferimento si parte dalla "fase uno" di iniziale eccitazione per il nuovo paese, per le sue novità, per la sua gente e la sua storia; si passa poi alla "fase due" di installazione in loco con il primo sovraccarico di tutte le criticità connesse alla lingua straniera e alle norme burocratiche del paese ospite; ogni espatriato attraversa poi un periodo di “latenza” in cui viene sfiorato dall'idea del rimpatrio, prima di passare ad una "terza fase" di individuazione e consapevolezza dei reali nuovi problemi insorti e delle risorse necessarie che gli occorrono per affrontarli; pervenendo infine ad una "quarta fase" in cui avvia la vera organizzazione proattiva della quotidianità. Questo processo può essere agevolato e accelerato grazie alla competente assistenza di un Expatriate Coach.

DB: In tal caso, che cosa deve saper fare un Coach specializzato?

COACH: In effetti si tratta più di un "saper essere" che attiene alle conoscenze implicite del Coach; in questi infatti casi vengono ingaggiati di preferenza Coach che hanno trascorso periodi della loro vita all'estero o che abbiano frequentato ambienti multiculturali  in cui la diversità è uno dei valori fondamentali. Personalmente mi sono ritrovato a mio agio a lavorare con famiglie di manager stranieri, avendo io stesso la mia famiglia per metà in Francia e per metà in Irlanda.

Sul piano dell’impegno professionale,  senza l'intento di scoraggiare i colleghi che vogliano specializzarsi in questo ambito, lasciami dire che l'Italia è percepita come un paese stupendo dove tuttavia  il livello di assistenza dei servizi pubblici mette a dura prova la pazienza dei più tolleranti tra i manager espatriati da noi.
    

DB: Tornando alle quattro fasi, quanto dura questo processo?

COACH: Se è vero che le fasi sono tipiche di tutti gli espatriati, la stessa cosa non si può dire della durata del periodo di adattamento alle stesse. Mi capita di seguire manager che in 3 mesi sono tornati a sentirsi a "casa loro", e, d'altra parte,  sono arrivati alla mia attenzione congiunti di manager che dopo 18 mesi dall’ espatrio, di fatto non avevano mai espatriato…

DB: Che cosa intendi dire quando affermi che "non avevano mai espatriato"?

COACH: Per esempio, tornavano periodicamente nel loro paese per farsi curare dal medico di base, oppure rientravano nel loro paese per acquistare beni di prima necessità disponibili in Italia, persino a prezzi più convenienti, o ancora rifiutavano di entrare in contatto con la popolazione locale in vista del fatto che prima o poi sarebbero rimpatriati. Tutto ciò documenta il fatto che queste persone non erano di fatto socialmente in Italia.

DB: Che impatto può avere questo prolungato o mancato adattamento socio-culturale?

COACH: Può essere drammatico! Anziché essere un'esperienza arricchente per sé e per gli altri, la mobilità di carriera diventa così un esilio da scontare in vista di una crescita professionale, una forma di ostracismo. Inoltre, come potrebbe un Manager che deve lavorare e coordinare degli italiani, che deve co-creare dei progetti con loro, come potrebbe fare tutto ciò se non ne comprende ed apprezza le motivazioni culturali? Non parlo della lingua, quella si può anche studiare ed imparare, parlo di quella "diversità" che è tipica di ogni popolo, di quella “civilisation” che ti fa entrare nella cultura e nel loro cuore delle persone.

DB: Parliamo anche un attimo di "mercato". Come si propone ad un manager / ad un gruppo di manager di usufruire di Expratriate Coaching? E' l'azienda-madre che contata il coach, promuovendo quindi questa tipologia di supporto come valore aggiunto per i manager che "manda in trasferta"? O sono i singoli, sul luogo d'arrivo, a sentirne la necessità e muoversi in tal senso? Perché – permettimi – questo cambia secondo me l'approccio psicologico del fruitore stesso…O sbaglio?

COACH: A chiedere l'assistenza professionale di un Coach è quasi sempre l'azienda-madre, per ragioni organizzative e finanziarie. Sono comunque d'accordo con te sul fatto che l'approccio è diverso se l'idea è stata stimolata precedentemente da parte dell'espatriando, o almeno se sia stata fortemente condivisa tra la Direzione Risorse Umane e l’espatriando.  In questo caso cambia la motivazione.

DB: Espatriate Coaching. Ci sono dati che permettano di delineare se si tratta di una "moda passeggera" o di una reale necessità che costituirà un filone importante del coaching nel futuro prossimo?

COACH: Fermo restando il processo di globalizzazione da 15 anni in atto, la mobilità di carriera è un fenomeno destinato a crescere e, forse, a cambiare la fisionomia del lavoro in Europa. Questo fenomeno rientra all'interno di più ampi cambiamenti della società dei consumi e non possiamo escludere che possa diventare pervasivo. Non mi meraviglierei se tra dieci anni, a Pordenone,  trovassimo dei Coach cinesi che accolgono i loro giovani ingegneri provenienti da Pechino e ben disposti a lavorare in Italia. Nuove classi dirigenti trans-nazionali richiederanno nuovi servizi e l’Expatriate Coaching sarà uno di questi.

DB: Chiudo con una domanda volutamente provocatoria: il Coaching negli ultimi anni ha presentato una moltitudine di sfaccettature e possibilità. Come altre tecniche, fa ampio uso di inglesismi. Nel caso del Coaching, anzi, i termini "localizzati in italiano" sono pressoché inesistenti.
A tuo personalissimo parere, non sarebbe ora di tradurre qualche termine? O l'utilizzo dell'inglese è effettivamente più "business" e ha quindi un impatto marketing più incisivo; per esempio "Mentore per l'Integrazione" forse avrebbe meno appeal?

COACH: Non posso negare il fatto che siamo parzialmente "americanizzati" soprattutto nelle discipline afferenti al mondo degli affari e del lavoro. Questo fenomeno è assai più contenuto in Francia, dove per esempio vi è una maggior attenzione alla lingua nazionale. Mi sento in parte corresponsabile di questa tendenza cosiddetta "business oriented" che usa l'inglese e che,  spesso, commette degli errori. Come Mentori e Coach italiani, possiamo impegnarci di più ad usare la nostra lingua e sono certo che saremmo più comprensibili e più vicini ai nostri clienti nazionali.  

DB: Grazie mille e buon lavoro.



(*) Francesco di Coste è Professional Certified Coach (PCC-ICF) ed è stato membro del Comitato direttivo FIC (Federazione Italiana Coach). E' contattabile attraverso il suo sito internet www.francescodicoste.it  (www.mentoreonline.it)

 
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