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Il paper propone una riflessione sulle caratteristiche del “sapere pratico” e sul rapporto tra sapere pratico e cambiamento/ apprendimento organizzativo. [seconda parte]
La Prima parte dell'articolo è a questo link.
1. Sapere tecnico e sapere pratico Esploriamo le caratteristiche di tale sapere, a partire dalle differenze rispetto al sapere tecnico. Il sapere tecnico, sapere, per così dire, “procedurale”, indica, in ogni data situazione, la sequenza di azioni da mettere in atto per conseguire – con elevata probabilità - un risultato auspicato. Esso ha la forma: “data la situazione a, se vuoi ottenere b, allora fai c”.
Il sapere tecnico lavora ricostruendo una catena causale tra una situazione data - con sue determinate caratterizzazioni - un obiettivo ed i mezzi per conseguirlo. E’ un sapere in un certo senso universalistico, poiché considera fondamentalmente simili tutte le situazioni di tipo “a” e tutte suscettibili di interventi del tipo “c”; lavora in sostanza su ciò che di comune vi è tra differenti situazioni, ed in tal modo è in grado di indicare in maniera abbastanza prescrittiva le linee di azione più convenienti.
E’ un sapere che privilegia la dimensione del rigore, della accuratezza; caratteristiche che, anche nel senso comune, rendono riconoscibile il lavoro fatto con “professionalità”. In questo senso, le caratteristiche del sapere tecnico possono essere rese efficacemente con la metafora del programma per computer; un programma infatti prescrive una serie di passi di azione, con tutte le possibili biforcazioni ed alterative del caso, ma tutte abbastanza agevolmente decidibili sulla base di protocolli di osservazione di caratteristiche prestabilite.
Il sapere tecnico è pertanto un sapere codificato e trasferibile. L’esperienza individuale gioca una sua rilevante parte nell’affinare le capacità di “diagnostica” e di selezione delle alternative – nell’indicare i “trucchi del mestiere” che consentono di abbreviare i processi decisionali garantendo ugualmente accuratezza ed appropriatezza dell’intervento - ma si tratta, in linea di principio, di un sapere trasferibile e valido in ogni contesto. La sua eventuale incompletezza è sempre – almeno in linea di principio – superabile con l’esperienza e con il progredire delle conoscenze teoriche. Nel sapere tecnico così definito, hanno infatti una rilevanza considerevole la scienza e la teoria. Non si tratta infatti di un sapere empirico, della “pratica” che non produce schemi di ragionamento generali; al contrario, la pratica, l’esperienza hanno rilevanza, solo all’interno di modelli generali – ed astratti – che collegano situazioni, cause ed effetti (Galimberti, 1999). Questo sapere tecnico, così definito, non è però sufficiente a guidare l’azione di individui “competenti”. Un esempio può rendere la questione con l’immediatezza e la ricchezza necessari. In uno studio sui tecnici riparatori di macchine fotocopiatrici, Julian Orr nota che:
“i problemi delle macchine sono in realtà problemi nella relazione sociale tra il cliente e la macchina, e una larga parte del lavoro di servizio potrebbe essere meglio descritto come la riparazione e il mantenimento di questo ambiente sociale [….] La diagnosi dei problemi della macchina può essere difficile per ragioni di ordine sociale o tecnico. Il problema può essere sociale, radicato in qualche difficoltà di contatto o di comprensione tra la macchina e il cliente o nelle differenze di linguaggio tra clienti e tecnici” (Orr, 1995, pag. 304, sottolineatura mia); Ed inoltre: “assumendo la prospettiva dei tecnici, questa rivela la complessità di una chiamata di servizio; non è solo questione di scoprire cosa c’è che non va nella macchina, perché può darsi che non ci sia niente che non vada nella macchina come oggetto in sé e per sé. Il problema può risiedere piuttosto nella interazione tra la macchina così com’è, gli usi che i progettisti ne avevano anticipato e gli usi e i metodi desiderati, compresi e scelti dai clienti.” (cit., pag. 305)
Il tecnico manutentore competente – ci dice Orr - è colui che non solo conosce le macchine ed è in grado di applicare le tecniche di riparazione previste, ma che è in grado di comprendere la situazione in cui si trova proiettato, della quale sono protagonisti i clienti, le macchine e lui stesso. Si tratta di dare un significato alla chiamata ed alle difficoltà che il cliente incontra con la macchina, e, al tempo stesso, di comprendere se vi sia un guasto nella macchina e come possa essere riparato . Ogni situazione di intervento è una situazione ambigua e pertanto occorre in primo luogo sciogliere questa ambiguità formulando delle ipotesi sulla situazione stessa, sul motivo della chiamata, sull’origine del problema tra cliente e macchina, o tra cliente e tecnico.
In sostanza, per tornare alla formulazione che abbiamo dato del sapere tecnico, non è immediato definire la situazione come “a” - e quindi come una situazione in cui per ottenere “b” devi fare “c” - e non piuttosto come una situazione “x” oppure “y”, nelle quali altri potrebbero essere i più opportuni corsi di azione. Si tratta infatti, per così dire, di superare il “muro” delle relazioni sociali – relazioni tra gli attori e tra questi e le macchine – per poter giungere alla macchina: è questa cortina di relazioni sociali che rende la situazione tanto ambigua, quanto unica ed irripetibile. La macchina – con i problemi “tecnici” ad essa connessi – è inserita in una rete di azioni ed attori, ed è con questi che in primo luogo occorre confrontarsi.
Qui è in gioco un sapere che non è immediatamente tecnico, poiché è interessato alla comprensione della situazione come un unicum, alla individuazione di significati che sono propri di quella situazione e non di altre, a valutare le condizioni di applicabilità delle tecniche. Il punto è qui infatti la possibilità di iscrivere quella situazione particolare in uno schema più generale – definendola coma “situazione di tipo a” – perché sia poi possibile utilizzare le opportune tecniche di intervento. Ma per far questo, occorre che la situazione sia compresa nella sua unicità, perché le sue peculiari caratteristiche non si perdano dentro a schemi generali, che, a quel punto, diventerebbero scarsamente efficaci.
Si tratta quindi di comprendere una situazione nella sua unicità, cioè di comprenderla come una situazione sociale, prodotta dalla azione di altri attori sociali. Questa capacità chiama in causa un sapere che si può definire come sapere pratico . Se il sapere tecnico è un sapere manipolativo, codificato, trasferibile - riferito, se così possiamo dire, a ciò che è necessario - il sapere pratico è invece un sapere interpretativo, non codificabile e difficilmente trasferibile, riferibile a ciò che è possibile e mai definitivo, cioè appunto riferito alla azione.
Sempre più diffuso è l’uso del concetto di competenza, e ciò è quanto mai opportuno, poiché il termine competenza contiene in sé l’idea della conoscenza-in-azione, di un sapere “concreto”, che vale in quanto si materializza in comportamenti, in capacità di azione. Tuttavia, nella generalità dei casi, il concetto di competenza viene riferito soprattutto alla componente manipolativa di questo “sapere agito”, alla cosiddetta expertise, alla capacità cioè di maneggiare e trasformare oggetti, e relazioni sociali intese anch’esse come “oggetti” manipolabili.
Le competenze – proprio per la predominanza delle componenti di sapere manipolativo - sono valutate in termini di efficacia, di capacità di conseguire i risultati attesi, di operare le trasformazioni richieste. E’ un sapere che trova la sua espressione più adeguata nelle tecniche, cioè nell’insieme delle procedure e programmi di azione che – facendo tesoro della esperienza passata – costituiscono guida ai comportamenti, indicano come comportarsi per massimizzare l’utilità e l’efficacia della propria azione.
Come gli studi sulle competenze hanno mostrato, è proprio in questa “sapienza” procedurale che si sostanzia la differenza tra il lavoratore “esperto” ed il “novizio” (Ajello ed altri, 1992). Ma gli oggetti cui si applicano le tecniche sono, come abbiamo visto, al di là del muro delle relazioni sociali, sono inseriti appunto in contesti d’azione; da ciò la necessità di un sapere che sia anche interpretativo, oltre che manipolativo, che sia cioè capacità di individuare i significati delle diverse situazioni, e di giudicare quale sia il migliore corso di azione da intraprendere. La competenza degli attori è sapere pratico che in qualche modo “contiene” il sapere tecnico, poiché è valutazione sulle condizioni di applicabilità delle tecniche. Si tratta cioè di decidere, e, come dice Von Foerster, ovviamente con un paradosso: “Noi possiamo prendere delle decisioni solo sulle questioni che sono in linea di principio indecidibili” (Von Foerster, 1996, pag. 24) Per dirlo in estrema sintesi, la complessità con cui si confronta il sapere tecnico-manipolativo deriva dalla variabilità e stretta interconnessione dei fenomeni che tratta, dalla numerosità delle variabili con cui deve misurarsi, dalla incompletezza della conoscenza delle relazioni causa-effetto che legano tra di loro le variabili in gioco; la complessità con cui si confronta il sapere pratico-interpretativo ha invece a che fare con la intenzionalità degli attori, che conferisce i caratteri di imprevedibilità, ambiguità, unicità ai contesti di azione; la differenza non è solo nel grado di complessità da affrontare, è piuttosto una differenza per così dire di qualità.
Il criterio di valutazione di tale sapere non può essere in termini di efficacia, di strumentalità, esso è piuttosto in termini di assennatezza – la phronesis di cui parla Aristotele - di capacità di comprendere una situazione: “Si parla di assennatezza, quando, nel giudicare, uno è capace di collocarsi pienamente nella situazione in cui altri deve agire. Anche qui, dunque, non si tratta di un sapere generale ma della concretezza di un momento” (Gadamer, 1983, pag. 375) Nell’ottica del sapere pratico, anche l’esperienza trova una sua diversa curvatura; l’esperto non è colui che possiede un sapere con cui è in grado di padroneggiare qualsiasi situazione, al contrario “Colui che chiamiamo uno esperto non è solo uno che è diventato tale attraverso delle esperienze fatte, ma è anche aperto ad altre esperienze. [….] La dialettica dell’esperienza non ha il suo compimento in un sapere, ma in quell’apertura all’esperienza che è prodotta dall’esperienza stessa” (Gadamer, 1983, pag. 411). La competenza, riguardata sotto questo profilo, non è solo acquisizione di routine, di prassi operative da attivare nelle situazioni consolidate – non trova “compimento in un sapere” - ma contiene una idea di apertura, di consapevolezza delle proprie possibilità, e dei propri limiti, che consente di affrontare anche situazioni nuove e diverse. Lungi dall’essere un sapere “fissato” e codificabile, il sapere pratico è capacità di confrontarsi con situazioni sempre nuove ed irripetibili.
[Fine Seconda Parte] La terza parte del Paper sarà pubblicata Lunedì 07/01/2008.
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