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di Marco Donatiello
La somministrazione dei test PDF Stampa E-mail
Scritto da Ivan Ferrero   
Friday 13 December 2002
Riflettendo su di un'esperienza di somministrazione di un test, l'autore tratta vari argomenti legati a questo lavoro e alla formazione.

La macchina corre veloce lungo l’autostrada. Pensieri percorrono la mente. Tra tanti uno si fa prepotentemente largo: dopo anni di studio, in cui non avevo fatto altro che riversare dentro di me concetti e teorie apparentemente astratte, ora mi si prospetta la possibilità di mettere in pratica, cosa che spesso manca negli ambienti universitari. Ripenso alle riunioni fatte prima di partire ed alle istruzioni impartite da chi aveva preparato il progetto. È davvero così difficile somministrare un questionario? L’attenzione per l’atteggiamento che si adotta, per le parole che si utilizzano, le risposte che si forniscono. Inoltre: sarà davvero così difficile avere a che fare con i ragazzi ai quali era rivolto il questionario? Finalmente arrivo a destinazione, certo non prima di aver chiesto indicazioni! Sono in perfetto orario, cosa che contribuisce a tranquillizzarmi. L’appuntamento è con la Preside della scuola. Chissà che persona sarà? L’ho già sentita per telefono e mi ha fatto una buona impressione ma, come il diavolo non è così brutto come lo si dipinge, così non è tutto oro ciò che luccica. La Preside mi aspetta nell’atrio della scuola: dai gesti capisco che era più nervosa di me. Qualche battuta, scambio di sorrisi, e già la tensione va calando. Spesso si ha timore di qualcosa senza ragione, ancora prima di aver effettivamente incontrato la situazione, ed è una prerogativa dell’uomo quella di attribuire dei significati alle cose che lo circondano. Viene definito processo di attribuzione, ossia quel processo attraverso il quale l’essere umano è portato ad assegnare costantemente dei significati a tutto ciò che lo circonda. Alcuni orientamenti sostengono che ciò abbia avuto, nell’antichità, una funzione legata alla sopravvivenza dell’individuo. Altri orientamenti invece sostengono che questo processo serva a dare all’uomo una sicurezza, che sia un modo per difendersi da una realtà che sarebbe altrimenti troppo incerta e quindi troppo pesante da sostenere. Spesso questo processo è accompagnato dal processo di rappresentazione, con il quale sembra formare un tutt’uno indissolubile. In tal senso è difficile, se non impossibile, definire quale origina l’altro. Nel processo di rappresentazione vediamo l’uomo farsi delle idee (delle immagini, direbbe Hillman riprendendo il discorso di Jung) sulla realtà da lui esperita, cosa che gli permette anche di anticipare il futuro, anche se questo viene scelto tra i tanti futuri possibili. Questi due processi, interagendo tra di loro, concorrono a formare ciò che viene poi definito “pregiudizio”, ossia un “giudizio fatto prima”, ancora prima di incontrarsi realmente con l’oggetto in questione. Viene da sé che, così concependo le cose, il vero incontro non si ha con l’incontro fisico, ma molto prima, ossia quando l’incontro si sta profilando appena nella mente dell’individuo. La Preside mi accompagna nella classe in cui avrei somministrato il test. Si tratta di una quinta superiore, come richiesto dal test. Scopro allora che solo la professoressa sapeva del mio arrivo. I ragazzi mi guardano con curiosità. Presento me stesso ed il questionario, incoraggiando a fare domande se necessario. Di tanto in tanto mi fanno delle domande inerenti al test, ma non solo. Domande sul mio lavoro, come ho fatto ad arrivare a farlo, ecc… Capisco allora che non c’è solo interesse a finire il questionario, ma c’è anche un interesse per qualcosa che va al di là della semplice compilazione. Quando iniziano a chiedermi delle cose sul dopo-superiori capisco che l’interesse di cui ho parlato è in realtà interesse per la vita in sé, in particolare per il futuro. Mi riconosco nelle loro domande, poiché erano le stesse che mi ponevo io alla loro età. Sta per delinearsi quello che viene chiamato “contratto psicologico”. Si tratta del momento in cui una persona chiede ad un’altra di compiere un lavoro. A questo punto avviene come una sorta di contrattazione in cui ogni parte chiamata in causa contratta ciò che verrà offerto e ciò che verrà richiesto. È un vero e proprio scambio che agisce all’interno delle aspettative. È questo il momento in cui vengono messe sui piatti della bilancia ciò che ci si aspetta dall’altro e ciò che si è pronti ad offrire in cambio. Ciascuna parte poi valuta e decide se accettare o no. Solitamente la contrattazione avviene fino a quando entrambe le parti non sono soddisfatte, ma in ogni caso è un processo dinamico, in continua evoluzione, tanto che può capitare che diverse volte le parti si ritrovino a contrattare. A volte tutto ciò può avvenire in modo esplicito, altre in modo implicito. Tuttavia nel mio caso, più che parlare di “contratto”, parlerei di “contatto”. Un contatto tra due menti, due anime che si trovano coinvolte l’uno con l’altra. È questa una sensazione molto comune nel campo della formazione. L’idea di un formatore che conduce un’attività nel distacco totale si è rivelata nel corso degli anni sempre più illusoria. Dal punto di vista psicoanalitico l’idea di poter avere a che fare con delle persone senza esserne coinvolte è una posizione tipicamente narcisista, in cui l’individuo pensa di poter rimanere completamente isolato dal mondo e dalle altre anime che lo compongono. Dalla teoria dei campi magnetici (un concetto della fisica) in poi si è capito che tutto è collegato con tutto, che la realtà è fatta sì di campi, ma in continua interazione tra di loro e quindi in continua reciproca influenza. Lewin è riuscito a portare questo concetto nella psicologia sociale, dove si parla appunto di “campo psicologico”, che può essere preso in considerazione sia a livello individuale che collettivo. Dopo la somministrazione del questionario ci si scambia le battute finali. È ora dei saluti, di quello che viene conosciuto come “distacco”. Anche questo è un fenomeno tipico della formazione: si è stabilito un contatto tra due menti, ma arriva il tempo in cui ci si deve salutare, sapendo che difficilmente ci si rivedrà ancora. È necessario allora gestire quella che in ambito psicoanalitico viene chiamato “elaborazione del lutto”, ossia l’elaborazione della perdita di un oggetto. Questa elaborazione è resa tanto più facile quanto più si è interiorizzato l’oggetto in questione. Nel senso comune si dice “portarlo con sé”, “dentro di sé”. È possibile gestire il tutto anche per mezzo di un indurimento, di una freddezza che alcuni professionisti sviluppano nel corso della loro carriera, ma si tratta solo di una difesa, una barriera che cerca di trattenere ciò che è inevitabile. Vado via, allora, portando dentro di me quegli occhi e quelle impressioni. Mi chiedo cosa a loro rimarrà di questa esperienza. Mentre mi dirigo alla macchina, alcuni di loro (il test è stato somministrato all’ultima ora) mi salutano ancora, quando passo vicino a loro con la macchina. Dentro di me capisco che è vero ciò che si dice: quando due o più anime si incontrano, è impossibile poi allontanarsi senza esserne stati in qualche modo modificati. Epilogo: in seguito sono andato in altre scuole, ma le sensazioni che ho provato sono state sempre le stesse, mai attenuate, come invece mi sarei aspettato che succedesse. Ho allora capito che la barriera della freddezza è evitabile, se si guarda ogni individuo come unico ed irripetibile, allora è possibile ogni volta non solo riprovare queste sensazioni, ma anche fare in modo che il lavoro vada al di là della “semplice” somministrazione di un test o del semplice trasferimento di nozioni (nel caso della formazione) per arrivare a lasciare qualcosa di più.

 
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