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Conferenze sul coaching a confronto, tra Italia e St. Louis: intervista a Stefano Petti |
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Scritto da Marina Fabiano
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Tuesday 02 January 2007 |
Marina Fabiano intervista Stefano Petti, membro del consiglio direttivo della Federazione Italiana Coach, confrontando l'esperienza italiana della conferenza sul coaching con quella americana.
A inizio novembre hai partecipato alla conferenza ICF di St. Louis: da cosa è nata l'idea di iscriverti?
Ritengo che ci siano due componenti da considerare, la prima delle quali è sicuramente la propensione personale verso il contesto internazionale. Avendo poi partecipato a conferenze europee ero interessato a verificare il diverso approccio che poteva avere la conferenza americana, dal momento che comunque per molti versi gli Stati Uniti rappresentano l'avanguardia dello sviluppo della professione.
Qual è stato il primo impatto? La prima sensazione, quella della prima ora.
La prima cosa che ho notato è stata la diversa dimensione della conferenza stessa. Quest'anno erano presenti 1.400 iscritti, cifra che peraltro può benissimo essere superata nelle conferenze americane (contro i 500/600 partecipanti medi di quelle europee). Di fronte a tale "magnificenza" ho avuto paura che l'approccio dei vari interventi e seminari potesse essere un po’ troppo generalista e di massa. Di fatto, nel prosieguo della conferenza, ho gradualmente abbandonato questo dubbio iniziale.
Quali occasioni ti sono sembrate più utili per un coach esperto?
Nel programma erano previsti dei momenti di approfondimento riservati agli MCC (Master Certified Coach). Oltre a questo alcune sessioni prevedevano aggiornamenti sullo stato dell'arte dello sviluppo del coaching rispetto a specifiche aree di interesse e di ricerca. Anche le simulazioni di coaching effettuate da vari MCC (nelle aree del life coaching, executive coaching e business coaching) sono state molto interessanti.
E invece per un coach alle prime armi?
Un coach alle prime armi che partecipa ad una conferenza americana viene sicuramente "svezzato" rapidamente!Ci sono molti percorsi che possono risultare interessanti per chi si sta avvicinando alla professione ma non ha ancora acquisito un'esperienza significativa come coach. Di solito i vari interventi prevedono un buon livello di interattività, il che permette sicuramente anche ai meno esperti di mettersi in gioco ed iniziare ad interagire con coach più esperti.
Quali sono le differenze tra una conferenza americana ed una conferenza europea?
La conferenza americana offre interessanti opportunità di entrare in contatto con gli ultimi trend di sviluppo della professione e di creare dei contatti con coach esperti che operano a livello globale. E' mia opinione che la conferenza americana, sebbene sia sempre più "contaminata" dal contesto internazionale, sia ancora molto legata al mercato ed alla cultura degli Stati Uniti. Consigliata a chi ha una buona padronanza della lingua inglese in quanto ad oggi non mi risulta che siano mai state fatte traduzioni simultanee in italiano (e in molti casi nemmeno in altre lingue al di fuori dell'inglese).La conferenza europea affronta in prima battuta sfide e argomenti più legati al contesto europeo, pur non disprezzando assolutamente il contesto globale. Di solito a questi eventi sono sempre presenti speaker di estrazione internazionale in grado di portare un contributo importante anche in termini di cosa sta accadendo fuori dall'Europa. Anche in questo caso le occasioni di networking risultano ad altissimo valore, soprattutto per i coach, o aspiranti coach, europei che intendono prima o poi superare i confini del proprio paese ed iniziare a lavorare a livello internazionale. A seconda degli interventi, e del numero di partecipanti appartenenti ad uno specifico paese, è possibile ottenere traduzioni simultanee in altri linguaggi europei. Anche in questo caso, tuttavia, è opportuno avere una buona padronanza della lingua inglese.
Quella italiana in cosa differisce ancora?
Il mercato italiano richiede un approccio ancora differenziato rispetto a quello europeo, un approccio che rifletta in modo ancora più specifico lo stadio di sviluppo della professione a livello nazionale. Una peculiarità ad esempio della conferenza italiana, rispetto alle altre, è la presenza di interventi in cui vengono presentati casi concreti di business in cui il coaching è stato applicato con successo. La testimonianza, come spesso avviene, delle stesse aziende, ritengo possa dare ulteriore concretezza alle varie domande che ruotano attorno alle possibili reali applicazioni del coaching. Anche all'interno della conferenza italiana peraltro non mancano quasi mai ospiti internazionali disposti a portare il loro contributo e offrire ai partecipanti uno spunto sul contesto di riflessione sul internazionale.
Cosa hai portato a casa?
Un paio di magliette, dei cioccolatini al burro di arachidi...ma forse la domanda era un altra! Ritengo di aver avuto la possibilità di consolidare dei contatti con coach molto esperti e di crearne di nuovi. Partecipare a queste conferenze è forse il modo migliore per crearsi dei network internazionali, per chi fosse interessato a farlo.A livello di contenuti, non porto a casa degli strumenti di immediata applicazione, in quanto le presentazioni a cui ho assistito non avevano probabilmente come scopo quello di fornire dei tool applicativi. Sicuramente ho acquisito una maggiore consapevolezza di quelli che sono i possibili trend di sviluppo futuro della professione. Capire un pò meglio cosa potrebbe significare lo sviluppo e la diffusione di una cultura di coaching a livello globale è stato molto illuminante.
Intervista rilasciata da Stefano Petti Redatta a cura di Marina Fabiano |