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di Marco Donatiello

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Design: shared vision e gruppo di lavoro PDF Stampa E-mail
Scritto da Massimo Tagliavini   
Monday 09 October 2006
Il Design come processo di cooperazione e negoziazione fra professionisti diversi per la realizzazione di un progetto creativo. La valorizzazione delle competenze e delle attitudini individuali in relazione alla “vision” condivisa dal gruppo di lavoro.
Terza intervista a  Daniele Basso.
Discuti l'articolo nel forum dedicato.
 
Massimo Tagliavini
: «Quando nel nostro precedente incontro abbiamo discusso della metodologia sviluppata da Glocal Design, mi hai detto che spesso un progetto coinvolge diverse figure professionali. Il tuo è, quindi, un lavoro di équipe…»

Daniele Basso: «Il nostro lavoro consiste nel fornire soluzioni creative e funzionali che soddisfino le esigenze dei clienti. L'intervento di diverse figure professionali è indispensabile per definire il “problema” in modo esaustivo, cioè per formulare quella che chiamo “visione creativa della domanda”. La capacità di osservare ed affrontare un problema da più angolazioni dipende dall’attitudine individuale, dall’educazione-formazione e dall’esperienza. Se l’obiettivo è creare qualcosa di realmente innovativo, occorre riuscire a porsi le domande giuste. Non è solo questione di forma, quanto di ottenere un risultato migliore in termini qualitativi. Diversità, disomogeneità e molteplicità mettono in gioco, nel gruppo, una quantità di contenuti che un individuo non avrebbe mai a disposizione singolarmente. Inoltre, valorizzare questi fattori nel processo creativo incoraggia un naturale atteggiamento di apertura verso la novità. Glocal è questo: la valorizzazione delle differenze quali stimoli ed elementi per l’evoluzione e l’innovazione.»

MT: «È chiaro che ciascuno fornisce al progetto il proprio contributo informativo ed esperienziale. Tuttavia, lavorando con figure professionali diverse, può succedere che emergano esigenze e punti di vista incompatibili.»

DB: «Certo, succede tutte le volte ed è un bene. Rispecchia la realtà dei fatti. Qui interviene la capacità di operare delle scelte nella direzione che di volta in volta si ritiene opportuna. Siamo nel terreno dell’interpretazione. Senza volerlo, abbiamo individuato ciò che dà valore al progetto: individuare e quindi seguire la strada più in sintonia con il target-consumatore. Ecco perché progettare significa risolvere dei problemi. E’ una presa di posizione continua rispetto a  ciò che accade. Il gruppo ha il compito di individuare potenziali strade percorribili e di tracciarne le rotte sia in accordo che in contrasto tra loro. Quanto più ampia è la conoscenza del problema, tanto più adeguata sarà la posizione presa. Un gruppo molto omogeneo trova rapidamente un accordo su come procedere, ma non è detto che riesca a produrre soluzioni innovative ed efficaci, proprio a causa dell'uniformità di pensiero. Inoltre, attraverso il confronto, si comprendono meglio e più a fondo le reali potenzialità ed i limiti di un progetto. Esperienze, conoscenze e attitudini diverse costituiscono una ricchezza per il gruppo ed un valore che traspare nel progetto

MT: «Sono d'accordo con te, ma cosa trasforma questo insieme di persone in un gruppo capace di cooperare in modo proficuo?»

DB: «Beh, come dicevo, una collaborazione proficua nasce dal condividere una visione del mondo, indipendentemente dagli ambiti di competenza. Questa comunanza di vedute e di valori apre la via alla comunicazione, al reciproco rispetto e alla possibilità di integrare diversi punti di vista. Quando si creano queste condizioni, il gruppo evolve in qualcosa che va oltre la somma delle competenze dei singoli... qualcosa di qualitativamente diverso.
Inoltre, prestare attenzione alla condivisione di idee e valori e alla loro applicazione a diversi ambiti di competenza rispecchia le attuali categorie di indagine del mercato stesso. Per interpretare la società contemporanea, è riduttivo far riferimento solo alla definizione degli stili di vita o alla categoria professionale. Occorre fare un passo oltre. Le persone, nell’era dell’informazione, condividono pensieri, opinioni e idee che ne determinano i comportamenti sociali. Morace interpreta la società parlando di stili di pensiero (Mind Style) e ci mostra una condizione di nicchie trasversali alla categoria professionale, sociale, al sesso, all'etnia... e trasversali tra loro. La prospettiva di riuscire a ricreare una condizione parzialmente simile in un team creativo, a mio avviso, rappresenterebbe un ottimo punto di partenza.»

MT: «Il gruppo di lavoro come “microcosmo” che riproduce la società contemporanea… molto interessante. Mi sembra anche un’altra declinazione della “filosofia” Glocal (Think Global, Act Local), questa volta applicata alla scelta dei collaboratori. Ma qual è allora la “shared vision” del tuo studio? Che insieme di valori, impegno e obiettivi condividi con i tuoi collaboratori?»

DB: «Primo su tutti la visione etica della professione del Designer...»

MT: «... Dimmi di più.»

DB: « La consapevolezza della propria funzione sociale, cioè del fatto che pensiero, azione e progetto modificano l'ambiente circostante. Sia che tu faccia l'architetto, il grafico, l'ingegnere, ecc. devi tener conto che la progettazione ha un impatto sulla società e contribuisce al suo cambiamento e, si spera, al progresso. Il Design può mettere in luce con ironia aspetti limite, comportamenti, idee… sensibilizzare le persone verso realtà meno note e “fastidiose”, contribuendo a costruire, con gli oggetti ed i comportamenti, un futuro ancora migliore. Attualmente, viviamo una condizione di apatia da shock, niente più ci tocca. Guerre ed omicidi al TG come al cinema, vissute con lo stesso stato d’animo, modificazione genetica e chirurgia estetica trattate con la stessa “profondità”. Nevrosi e disagio sono all’ordine del giorno. Tecnologia, informazione e trasporti velocizzano la realtà portando l’uomo a vivere con i tempi della macchina. Lo spazio ed il tempo si sono compressi come non mai nella storia e la vita impone dei ritmi non in linea con quelli biologici. Questo non è corretto e produce malessere. Glocal Design si propone di fare un passo indietro per farne uno avanti. Non parlo di negare quanto accade, ma di comprendere attraverso un processo di rallentamento, di imparare a sfruttare le nuove tecnologie con cognizione di causa (ed effetto), avendo il tempo di valutarne gli aspetti benefici e quelli dannosi. Un’azione di interpretazione del nuovo alla luce di quanto consolidato dalla storia. Glocal Design, e chi lo compone, crede nell'importanza di conoscere la propria cultura, per comprendere meglio anche le altre. Chi dimentica le proprie origini perde la “merce di scambio” nel mondo e non potrà comprendere ed apprezzare messaggi e valori nuovi e differenti. Una volta qualcuno mi ha parlato della nostra società, come di Ulisse senza Itaca… di una società fluida senza partenza e senza meta. Bene, io credo che per sapere dove si vuole andare si debba conoscere bene il punto di partenza… altrimenti si scappa solo da se stessi senza approdare a nulla.»

Massimo Tagliavini (Curatore della Rubrica Ergonomia)

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