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di Marco Donatiello

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Il Setting nel Coaching PDF Stampa E-mail
Scritto da Dr. Ivan Ferrero   
Sunday 24 September 2006
Nella pratica psicologica si parla spesso di setting. Quale ruolo può avere quest'ultimo nella pratica del Coaching?

Il setting è un termine molto caro alla psicologia.
Questa infatti, ponendosi il problema di come intervenire al meglio sulla psiche umana, ha studiato quali elementi possono influenzare un intervento sulla mente dell’essere umano, e tra questi troviamo l’ambiente circostante.

In quest’ottica l’ambiente si pone contemporaneamente come oggetto, in quanto osservato ed esperito dall’individuo, e soggetto, in quanto partecipe del vissuto dell’individuo stesso.

Individuo ed ambiente quindi si inseriscono in un sistema in cui l’uno si relaziona con l’altro in un rapporto che risulta biunivoco.

Questo fattore può essere di incredibile aiuto in un intervento come il Coaching, in cui uno degli elementi fondamentali è proprio la relazione: non solo relazione coach-coachee, quindi, ma anche coachee-ambiente e (ancora di più) coach-ambiente.
In questo sistema non abbiamo più una diade, ma ci spostiamo in una triade, un sistema più complesso da gestire, ma nello stesso tempo più arricchente nei confronti dell’intervento.

Per capire come strutturare un ambiente arricchente per questa relazione, lo possiamo scomporre.

In questo ci viene in aiuto la programmazione neurolinguistica, con i suoi sistemi rappresentazionali: visivo, auditivo, cinestesico, olfatto/gusto.

A questi sistemi, come si può ben immaginare, sono collegate le submodalità.

Tutti questi elementi sono da considerare in rapporto con il coach ed il coachee, in modo da riprodurre l’ambiente che risulta più performante per entrambi.

Non è necessario disporre di un simile ambiente nella sua totalità, dal momento che in alcuni casi può non essere disponibile, o scomodo da raggiungere.

Ricordiamoci inoltre che la PNL si concentra sul processo e molto meno sul contenuto.

In quest’ottica è invece utile chiedersi quali siano le modalità che rende un ambiente così prezioso per l’intervento e, una volta scoperte queste ultime, possiamo riprodurle, o comunque diventa più facile trovare l’ambiente giusto.

In alternativa lo si potrebbe creare, utilizzando tecniche quali lo swish, la visualizzazione guidata, o il modello ipnotico di Milton Erikson (solo per fare degli esempi).
Ricordiamoci che la mappa non è il territorio, e questo principio ci permette di “giocare” con la percezione e con l’utilizzo che possiamo fare di quest’ultima.

L’analisi di tutto ciò, come prevedibile, dovrebbe avvenire all’insegna del sensorialmente basato.

Il coach non è escluso da questo processo, e partecipa a questa triade mettendosi in gioco, sia per ciò che riguarda gli elementi interni (ad esempio presentandosi con lo stato d’animo adeguato), sia per ciò che riguarda gli elementi esterni (ad esempio il proprio modo di vestire), nella consapevolezza che tutto è mezzo di comunicazione, e di conseguenza veicolo di informazioni.

Sta a noi coach capire quali informazioni veicolare al coachee, ricordandoci, nel metterci in gioco, di liberarci per quanto possibile dai pregiudizi e dagli schemi.

Dr. Ivan Ferrero

 
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