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di Marco Donatiello

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La logoterapia: la "cura dell'anima" PDF Stampa E-mail
Scritto da Daniele Mattoni   
Wednesday 01 February 2006
E’  una esperienza umana abbastanza comune, nella nostra epoca,  quella di provare un vuoto esistenziale, ovvero di avere la sensazione che la propria vita non abbia un significato. La logoterapia ci può aiutare?

La psicanalisi e la psicologia individuale adleriana considerano la problematica esistenziale come una serie di meccanismi di difesa e di razionalizzazioni secondarie: se un paziente seduto sul lettino dello psicanalista dichiara che la sua vita non ha un senso, che è vuota, lo psicanalista sarà portato ad interpretare questo vuoto esistenziale come un sintomo, e cercherà di far emergere dal paziente quei contenuti inconsci rimossi che possono essere alla base del suo malessere, vedendo in essi l’unica causa possibile del disagio del paziente. Per Freud “la filosofia non è che una delle più acconce forme della sublimazione della sessualità rimossa”.

Secondo Frankl, il padre della logoterapia, invece, l’uomo ha bisogno di sentirsi appagato esistenzialmente, deve sentire di avere uno scopo da realizzare nella vita. Esiste una “volontà di significato” autonoma,  che non dipende da noi: essa è talmente incarnata nella nostra condizione umana che non possiamo smettere di “cercare un senso” fin quando non siamo convinti di averlo trovato. E finché vive l’uomo crede sempre in un significato:  anche quando crede che la vita non abbia più alcun significato in realtà glie ne sta dando  uno (anche se negativo).
Molte nevrosi in realtà hanno come fondamento e motivo principale una frustrazione esistenziale, dovuta al fatto che la vita appare senza significato: queste nevrosi, che vengono chiamate da Frankl nevrosi noogene, incidono (in base ad alcune ricerche) per circa il 20% sul totale delle nevrosi. Queste nevrosi richiedono un trattamento del tutto diverso rispetto alle psicoterapie tradizionali. E’ necessario quindi un nuovo approccio terapeutico,  che completi quelli esistenti:  una “psicoterapia che parta dallo spirito”, che aiuti il paziente a trovare un senso nella propria vita, contribuendo  a “riumanizzare” il rapporto tra terapeuta e paziente.  Questo nuovo approccio terapeutico è la logoterapia.

Se alcune scienze portano a considerare l’uomo come sottoposto a delle forze incontrollabili o a dei limiti insuperabili (il patrimonio genetico per la biologia, i condizionamenti sociali per la sociologia, le pulsioni dell’inconscio per la psicanalisi) la logoterapia ci invita a riconoscere la pluridimensionalità dell’uomo, e l’ autonomia dello spirito. La libertà dell’uomo è sempre una libertà spirituale, è una “libertà nonostante la dipendenza”: non può neanche concepirsi una libertà senza dei vincoli o legami dai quali si possa ergere.  Anzi questi legami e questi vincoli possono essere dei “trampolini di lancio” per la libertà: basti pensare alle conquiste spirituali che una persona può fare quando le condizioni ambientali o biologiche lo costringono a delle gravi limitazioni.

Se la psicoterapia si ripromette di rendere le persone che cura consce di quanto è realmente accaduto nel loro passato, la logoterapia si sforzerà di renderle consapevoli del loro spirito. Alla tradizionale analisi psicologica si sostituisce, quindi, una ”analisi esistenziale”, intesa come analisi dell’essere uomo: una analisi che si propone di rendere la persona pienamente consapevole del suo  essere responsabile di fronte al significato da dare alla propria vita: il senso della vita, infatti, non può essere attribuito o conferito da qualcosa o da qualcuno, ma deve essere ricercato dalla persona stessa e viene  percepito sempre per scelta. Il presupposto è che nessuna situazione della vita è realmente priva di senso: anche le situazioni più negative possono essere trasformate nel loro significato assumendo il giusto atteggiamento nei loro confronti. Anche di fronte a sofferenze ineliminabili o insopportabili (come all’interno di un lager nazista, al quale Frankl è sopravissuto) abbiamo la scelta se lasciarci andare, o se reagire con forza e dignità, rispondendo fino in fondo alla nostra responsabilità di uomini ed al compito personale al quale la vita ci ha  chiamato.
L’analisi esistenziale, anzi, può aiutare l’uomo a scorgere un valore del tutto nuovo nella sua sofferenza: la sofferenza ha una sua saggezza, perché fa percepire all’uomo ciò che come tale non dovrebbe e non vorrebbe essere, ed ha il compito di preservare l’uomo dall’apatia e dall’addormentamento spirituale, lo fa crescere e maturare. Se il senso della vita ci derivasse unicamente dal perseguimento del piacere e dal soddisfacimento degli impulsi  essa ci apparirebbe in realtà priva di senso. La sofferenza non è per Frankl un sintomo, ma è una prestazione. Se un’analisi semplicemente psicologica si ripromette di rendere l’uomo capace di godere o di agire, può quindi darsi che un’analisi esistenziale possa rendere la persona anche capace di soffrire.
La logoterapia, quindi, deve fare in modo che i pazienti passino dall’atteggiamento di patiens a quello di agens, invitandoli ad assumersi tutte le responsabilità che l’esistenza comporta, per realizzare dei valori.  Per ogni persona, e per ogni situazione  nella quale essa si imbatte, esiste una sola strada che gli permette di realizzare a pieno le proprie possibilità: un’analisi esistenziale deve aiutarla ad individuarla. Contrariamente a quanto teorizzava la psicoanalisi, l’uomo ha bisogno di mantenere un certo livello di tensione (basti pensare agli sport estremi, al gioco d’azzardo o alle montagne russe…). Per l’uomo, quindi, è un fattore essenziale trovarsi nel campo polare di tensione tra l’essere e il dover essere, come quando si trova di fronte a significati e a valori da realizzare.  Ed il concetto di orientamento verso un significato rappresenta oggi anche un eccellente criterio di salute psichica.

Il logoterapeuta  ha quindi la funzione di assistere il paziente in questo processo di ricerca di significato, non certo quello di indirizzarlo verso dei significati “pre-fabbricati”, in questo senso le sue sollecitazioni dovranno essere neutre, cioè prive di contenuto. Ed è chiaro anche che il senso della vita lo si scopre e lo si coglie non ponendosi semplicemente degli interrogativi, ma rispondendo ad essa, ed impegnandosi nei fatti e nelle azioni: solo agendo si può scoprire qual è il proprio scopo nella vita.
Il significato della vita non è un dato, non esiste come un qualcosa valido per tutti, ma è specifico per ogni uomo e per ogni situazione concreta che esso si trovi a vivere. E’ basato sulla singolarità ed irripetibilità della persona, che deve impegnarsi a ricercarlo ed a scoprirlo. Talvolta alcune persone si vengono a trovare in situazioni esistenziali difficili perché perdono il senso della propria singolarità e irripetibilità: è quello che accade molte volte nel lavoro. L’indispensabilità, insostituibilità ed unicità di un lavoro non dipende dal lavoro in se, ma dal modo in cui lo si fa. Non esistono professioni di per sé appaganti, perché nessun mestiere in sé  può rendere l’uomo indispensabile ed insostituibile. Piuttosto una simile possibilità è offerta da ogni professione, purché se ne comprenda correttamente il senso: ovvero quello di carattere di prestazione a favore degli altri. Ma non bisogna neanche investire nel lavoro eccessivo significato o importanza: alla base delle nevrosi da disoccupazione, ad esempio, sta l’opinione errata che il lavoro sia l’unica cosa capace di dare senso alla vita. L’apatia che si prova in questi casi in realtà non dipende dalla situazione in sé  che si è costretti a vivere, per quanto gravosa possa essere, ma dal fatto che non si riesca ad elevare la propria libertà spirituale al di sopra del destino sociale avverso che si vive, che non si riescono a scorgere altri significati in altri ambiti della vita, o che non si riescono a vivere quei valori che Frankl chiama di atteggiamento, ovvero: quei valori che ci richiamino al nostro scopo o missione di esseri umani anche (e soprattutto) di fronte a situazioni difficili.
La logoterapia può essere, in sintesi,  interpretata come una cura medica dell’anima: essa vuole condurre l’uomo a riconoscere la sua responsabilità nell’esistenza, senza interferire mai in alcun modo sulla scelta dei suoi valori. Essa non deve mai, quindi, anticipare decisioni o elargirle, ma deve condurre l’uomo là dove autonomamente e liberamente, partendo solo dalla propria responsabilità,  giunge a cogliere i propri compiti, e a vedere nella vita un significato non anonimo, ma irripetibile e unico.
La logoterapia, quindi, è una terra di confine: è al confine tra la medicina e la  filosofia, tra la medicina e la religione. Ma non intende sostituirsi a nessuno di questi ambiti. E non vuole neanche sostituirsi alla psicoterapia: vuole, casomai, completarne l’approccio, e contribuire alla sua riumanizzazione.




Bibliografia:
Viktor E. Frankl (2005),  Logoterapia e analisi esistenziale, Morcelliana.


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