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Passando in rassegna cinque importanti fonti statistiche in merito all’andamento del MdL italiano degli ultimi anni appaiono diverse specificità tra i due generi. Ad esempio, le donne lavorano di più ma sono maggiormente impegnate nel lavoro atipico, e in larga misura lo sono per necessità, sono ancora meno retribuite e ricevono un pagamento maggiormente irregolare rispetto agli uomini. Inoltre il tasso di attività e quello di occupazione femminile risultano ancora inferiori, in percentuale, rispetto a quelli maschili. Il numero di donne in cerca di occupazione tuttavia è diminuito. Un altro dato interessante riguarda il fatto che le donne restano nella condizione di disoccupazione per meno tempo rispetto agli uomini. Inoltre i servizi socio-assistenziali risultano ancora essere un settore di largo impiego femminile, mentre quello dell’industria e delle manifatture resta a preponderanza maschile. Dal quadro multisfaccettato che emerge dalla comparazione dei dati è possibile trovare spunto per ulteriori approfondimenti, interrogativi e interventi.
Il 52,3% della nuova occupazione creata nel 2003 è attribuibile al lavoro atipico, di tipo subordinato (21,8%) o parasubordinato (30,5%). All’interno di questo contesto sono identificabili tra i lavoratori alcune differenze in base al genere:
- La crescita dell’occupazione flessibile si è accompagnata a una riduzione della disoccupazione femminile ma a causa di un incremento dell’occupazione femminile atipica. E’ significativo che soltanto il 30,4% delle donne che lavorano a tempo parziale lo fanno per scelta, mentre per il 42,5% di loro il lavoro part time è una necessità dovuta a vincoli e impedimenti del tempo pieno e per il 27,1% costituisce “un ripiego”.
L’Indagine
L’ indagine (25 novembre 2004 al 5 gennaio 2005) ha coinvolto 446 lavoratori atipici, tra i 18 e 39 anni, dal I maggiori punti di interessi emersi sono:
- I contratti atipici maggiormente applicati sono di collaborazione a progetto (27,9%), occasionale (22,9%) e collaborazione coordinata continuativa (20,9%).
- La genitorialità è estremamente contenuta: solo il 6,5% degli intervistati ha uno (3,4%) o più figli (3,1%).
- Oltre il 3/5 degli intervistati affermano di aver sempre lavorato con contratti atipici: questo è indicativo della tendenza di queste forme contrattuali a non rappresentare un’opportunità di primo inserimento lavorativo ma una costante di vita. E’ plausibile parlare quindi di uso distorto e strumentale delle modalità di lavoro atipiche da parte dei datori di lavoro che utilizzano il rinnovo continuo dei contratti a termine per fornire continuità al rapporto di lavoro disponendo così di una risorsa collaudata senza dover pagare i costi aggiuntivi della stabilizzazione.
- Per le donne (62,8%) più che per gli uomini (61,7%) i contratti atipici sono state le uniche forme contrattuali utilizzate.
- I 2/3 degli intervistati (66,7%) lavora per un unico datore di lavoro.
- Il 54,7% degli intervistati svolge, in termine di impegno richiesto, un lavoro a tempo pieno.
- Emerge inoltre una marcata impossibilità di un’effettiva gestione autonoma di modi e tempi di lavoro.
- Sebbene il 71,5% degli intervistati venga pagato mensilmente, l’11,2% dei lavoratori viene pagato in maniera irregolare, dato che, se si tiene conto della tendenza all’utilizzo ad libitum di contratti di lavoro aticipici, risulta essere determinante per la progettualità di vita degli intervistati.
- A confrontarsi con l’irregolarità dei pagamenti è soprattutto la componente femminile (12,2% contro il 9,8% degli uomini).
- Oltre i 3/4 degli intervistati (76,5%) percepiscono uno stipendio non superiore ai 1.000 euro mensili netti dato che, se considerato che la maggior parte di essi lavora per un unico datore di lavoro, costituisce un ulteriore ostacolo alla capacità progettuale dei lavoratori atipici.
- Le donne sono maggiormente penalizzate a livello retributivo rispetto agli uomini: infatti non superano i 1.000 euro mensili netti l’82,9% delle donne contro il67,9% degli uomini. Maggiormente nello specifico, non superano i 400 euro netti mensili il 30% delle donne contro il 20,2% degli uomini e non superano i 400 euro netti mensili il 60% delle donne contro il 48,2% degli uomini. Inoltre l’1,2% delle donne percepisce tra i 1.000 e i 2.000 euro netti mensili e nessuna percepisce oltre tale soglia laddove il 17,5% degli uomini percepisce oltre i 1.400 euro mensili netti, di cui il 5,7% supera i 2.000 euro.
Emergono numerose insoddisfazioni, denunciate dagli intervistati e dalle intervistate:
- insoddisfazione verso il livello retribuiti percepito (oltre l’80%) che si accentua in presenza di figli: sono per niente soddisfatti del compenso economico ricevuto la totalità di quanti hanno più di un figlio e l’80% di quanti hanno un solo figlio.
- Una minoranza significativa (34,3%) lamenta anche l’irregolarità dei pagamenti (anche in merito all’alternarsi di periodi di lavoro e di disoccupazione, oltre che ai pagamenti relativi a uno stesso contratto) e la mancanza di tutele sociali e sindacali adeguate.
- Per il 66,1% degli intervistati la flessibilità ostacola la capacità progettuale, minando alla base la possibilità di operare qualsiasi pensiero futuro piuttosto che generare maggior controllo della propria. La flessibilità lavorativa pone una parte significativa dei lavoratori atipici in una condizione di vulnerabilità sociale in relazione a diversi aspetti:
- possibilità di ricorrere a un mutuo;
- possibilità di accedere a un credito;
- possibilità di prendere in affitto un appartamento;
- possibilità di iscriversi a un corso di formazione aggiornato (uomini 28,5%, donne 38,4%).
- Inoltre la flessibilità lavorativa pone una parte significativa dei lavoratori atipici in una condizione di vulnerabilità economica e sociale ostacolante scelte di vita importanti quali:
- andare a vivere per conto proprio (uomini 42%, donne 67,2%);
- sposarsi (uomini 34,1%, donne 28,8%);
- avere uno o più figli (uomini i 30,2%, donne 32,8%).
- Sono le donne a denunciare che l’essere lavoratrice atipica costituisce un ostacolo ai progetti di vita personali (73,3% delle donne contro 52,8% degli uomini) nella quasi totalità degli aspetti sopraelencati.
- Anche rispetto all’insoddisfazione verso insufficienti tutele sociali e sindacali le donne risultano essere maggiormente insoddisfatte (77,5% e 71,4%) rispetto agli uomini (57% e 49,2%).
- Insoddisfazione, inoltre, rispetto all’incertezza del posto di lavoro, che genera sensazione di “stress” (29,6%) e ansia (33,6%) nel 63,2% dei casi intervistati.
- Tra i lavoratori atipici intervistati risultano molto diffusi disturbi psico-fisici di diversa natura, e un quarto di essi ne attribuisce le cause alla propria condizione lavorativa.
- E’ diffuso una visione pessimistica del proprio futuro economico e pensionistico, il primo stimato mediocre o pessimo per il 43% degli intervistati, il secondo giudicato dalla totalità degli intervistati non in grado di garantire una vecchiaia economicamente “agiata” e solo il 10% non ritiene necessario ricorrere a una pensione integrativa.
- Le donne in concordanza con il segmento più maturo del campione sono maggiormente pessimiste rispetto agli uomini circa:
- futuro economico (pessimismo femminile del 52,2% contro l’ottimismo maschile del 55,4%)
- futuro pensionistico (71,5% delle donne contro 53,3% degli uomini)
- Questo dato è imputabile al fatto che per le donne il tempo scorre di più e più in fretta e pertanto subiscono maggiormente l’impatto della flessibilità sulla propria crescita professionale, sulla progettualità e sul benessere psico-fisico. Infatti che si trova in questa stessa condizione.
ConclusioneIl lavoro atipico ha quindi numerosi punti di ombra risultando più che altro uno svantaggio per la grande maggioranza dei lavoratori che lo adottano. Pur avendo quantitativamente incrementato il tasso di occupazione femminile, sono le donne, più degli uomini, a risentire negativamente della diffusa applicazione di queste forme contrattuali, che hanno di fatto ridotto la qualità della vita femminile.
Infatti le lavoratrici atipiche rispetto ai lavoratori:
- lavorano esclusivamente attraverso contratti atipici;
- ricevono un pagamento irregolare;
- ricevono una minore retribuzione;
- percepiscono maggiormente l’atipicità contrattuale come vincolante rispetto ai progetti di vita (residenza autonoma, maternità, crescita professionale);
- hanno una visione maggiormente pessimistica del proprio futuro economico;
- hanno una visione maggiormente pessimistica del proprio futuro pensionistico;
- percepiscono maggiormente la propria condizione come non adeguatamente tutelata a livello sociale;
- percepisce maggiormente la propria condizione come non adeguatamente tutelata a livello sindacale;
- ritengono in misura maggiore che attraverso l’atipicità non sia sufficientemente garantita il diritto alla maternità poco o nulla garantito.
Inoltre è rilevante che il 49,6% delle lavoratrici atipiche non ha scelto tale forma contrattuale.
Dott.ssa Ivana Tagliafico |