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Le parole rivelatrici PDF Stampa E-mail
Scritto da Ivan Ferrero   
Friday 04 October 2002
Vengono descritte tre categorie di parole, che corrispondono a tre modi di fare formazione, alla luce di un grande testo classico cinese: il Chuang-tsu. (per una migliore trattazione dell’argomento ho preferito dividere il paragrafo in punti) 1) Le parole rivelatrici contengono nove decimi di verità; le parole che hanno peso ne contengono sette decimi; le parole di circostanza nascono tutti i giorni, conformemente alla legge naturale. 2) Le parole rivelatrici hanno nove decimi di verità perchè poggiano su qualcosa di esteriore. Ad esempio, il padre non può raccomandare il proprio figlio, perché le sue lodi non eguaglieranno mai quelle di un altro. E ciò non per colpa sua ma di altri. Ciascuno tende a pensare a questo modo: ciò che è identico alla mia opinione, lo approvo; ciò che non è identico alla mia opinione, lo combatto; l’opinione identica alla mia la ritengo vera; l’opinione diversa dalla mia, la ritengo falsa. 3) Le parole che hanno peso contengono sette decimi di verità perché sono state dette dagli Antichi, nostri predecessori. Ma se ciò che dicono è privo di ordine e di autorità, essi non possono essere considerati nostri predecessori per il semplice fatto che sono antichi. Non essendo, in tal caso, nostri veri predecessori, essi non apportano nulla al Tao umano; non sono che gente sorpassata. 4) Le parole di circostanza, che scorrono tutti i giorni come da un vaso che trabocca in conformità alla legge naturale, si moltiplicano costantemente al fine di potersi adattare alle mutevoli circostanze della vita umana. 5) Colui che non parla si identifica con la verità originaria. L’identificazione perfetta e la parola non sono identiche. La parola e l’identificazione perfetta non sono identiche. Per questo si dice: “Non parlate”. Se chi parla senza parole parla tutta la vita, non si pensa che abbia parlato; se non parla per tutta la vita, non si pensa che non abbia mai parlato. Certe cose sulle quali poggia sono possibili, altre non lo sono; certe cose sulle quali si poggia sono vere, altre non lo sono. Come dire di sì a una cosa? Si dice di sì a una cosa che è. Come dire di no a una cosa? Si dice di no a una cosa che non è. Come giudicare ciò che è possibile? Si considera come possibile una cosa che è possibile. Come giudicare una cosa impossibile? Si giudica come impossibile una cosa che è non è possibile. Ogni cosa ha la sua verità; ogni cosa ha la sua possibilità. Ma chi può avere una visione durevole dell’universo incessantemente mutevole, se non colui le cui parole variano quotidianamente, in conformità con la legge naturale? Tutte le cose del mondo nascono da un germe che si trasforma incessantemente. Il loro principio e la loro fine sono come un circolo il cui ordine non ha termine. Questo ciclo dei principi e delle fini si chiama Tornio del Cielo. Il Tornio del Cielo è la legge della natura. Il punto 1 ci introduce a ciò di cui si parlerà nel brano successivo: le parole, che qui vengono divise in tre categorie: le parole rivelatrici, ossia quelle parole che vogliono divulgare una verità assoluta ed essere inconfutabili, senza offrire la minima possibilità di controbatterle le parole che hanno peso, ossia quelle parole mirate ad influenzare, nel senso di dare delle indicazioni, delle direzioni le parole di circostanza: sono esse quelle parole il cui significato è in grado di mutare costantemente, a seconda delle circostanze in cui si trovano. Le parole rivelatrici contengono (2) nove decimi di verità. Il loro vantaggio è che tendono ad esaurire un argomento, senza bisogno di approfondire ulteriormente. Tuttavia proprio a causa di questa loro proprietà non consentono a chi ascolta di riempirle con le proprie idee. In altre parole: non consentono la riflessione. Com’è infatti possibile riempire un contenitore già pieno? Se pensiamo alla riflessione come ad un’attività attraverso la quale un individuo apprende una nozione che verrà poi ampliata dalle proprie conoscenze, allora questo presuppone che la nozione non possa essere esauriente in tutto e per tutto, ma lasciare dello spazio vuoto. Sotto questo punto di vista le parole rivelatrici sono le meno adatte. Un altro svantaggio è che queste parole proprio per la loro proprietà esauriente sono anche inflessibili, e quindi poco adattabili alle circostanze. Questo avviene proprio per renderle inconfutabili, ma proprio questo invece le porta ad essere sottoponibili a confutazioni e ad opinioni. Le parole che hanno peso (3) sono quelle parole volte ad offrire una direzione, più che a comandarla come succede nel caso delle parole rivelatrici. Nel testo viene spiegato che hanno peso perché sono dette dagli Antichi. Per la nostra trattazione possiamo paragonare questi Antichi ai superiori, ai leader, o comunque a quelle persone che hanno una notevole influenza sulle persone. Queste persone non possono essere considerate “Antichi” se le loro parole sono prive di ordine ed autorità. Solo così essi verranno considerati Antichi, e le loro parole avranno peso. Nel momento in cui tutto questo all’improvviso non dovesse più avverarsi, allora tutte le loro parole, passate, presenti e future, cesseranno di avere peso, autorità. Questo ci porta a riflettere sulla relatività della leadership: essa infatti non è uno status che una volta acquisito ci rimane. Si tratta invece di una situazione in cui un individuo può venire a trovarsi, ma dalla quale può anche uscire. L’autorità, secondo questa concezione, viene costantemente negoziata tra le parti. Le parole di circostanza (4), infine, sono quelle parole che mutano con il mutare delle vicende umane, in accordo con la legge naturale. Nel (5) apprendiamo che questa legge naturale è l’eterno mutare dell’universo. Una parola che si conforma a questa legge sarà adattabile a tutte le circostanze. Inoltre, non pretendendo di esaurire in se stessa tutto un discorso, lascia notevole spazio per l’ampliamento e la riflessione. Paradossalmente proprio grazie a questa proprietà, parole di questo genere non possono essere confutate. Infatti posso dire di no solo ad una cosa che non è, e viceversa. Posso dire che una cosa è impossibile solo ad una cosa che non è possibile, e viceversa. Non posso però dire di no ad una cosa è e non è nello stesso momento. Non posso dire che una cosa è impossibile di una cosa che è possibile ed impossibile nello stesso momento. Lasciare spazio alle parole, non rinchiuderle in significati fissi, è ciò che permette la riflessione, pur facendo in modo che queste stesse parole mantengano la loro validità non solo in situazioni diverse, ma anche nel corso del tempo. È infatti grazie a queste proprietà che possiamo continuare a leggere antichi libri pur trovandoli ancora di attualità. Nel momento in cui fate formazione, quando trasmettete una conoscenza, quanto spazio lasciate alle parole? Di quanto le svuotate, affinché il singolo allievo possa poi colmarle con le sue? Quanta libertà di interpretazione lasciate a questo allievo? Quanta possibilità lasciate a questa pianta, una volta che l’avete aiutata a mettere le radici, di crescere secondo la sua natura? TESTO DI RIFERIMENTO: Zhuang-zi [Chuang-tzu], Biblioteca Adelphi 121, Milano, 1995, pp. 255-256 ---> cercalo su bol.com Al fine di non svalutare la portata di questo classico cinese tengo a precisare che ogni pagina di questo libro è interpretabile sotto molteplici punti di vista ed applicabile a molteplici ambiti della vita. La mia interpretazione di queste pagine è soltanto uno di questi punti di vista.

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