|
Quali sono i tratti caratteristici della relazione
educativa con i ragazzi dei Corsi Professionali (le “scuole
professionali”)? Alcune idee e spunti di riflessione in merito.
L’essere in possesso di una conoscenza è cosa ben diversa dal saper trasmetterla. Tecnicamente
la conoscenza – un costrutto ben più ampio e articolato della più
elementare “informazione” – è un complesso di elementi la cui
trasmissione implica competenze specifiche. Intuitivamente si deduce che molto è legato al TIPO
di conoscenza che si vuol trasmettere: è infatti evidente che se io
devo insegnare a cucinare un piatto di lasagne alla bolognese oppure se
devo far comprendere all’uditore la matematica soggiacente i frattali
di Mandelbrot sarò costretto ad utilizzare linguaggi e strumenti assai
diversi tra loro. Analogamente è intuitivo quanto il CONTESTO
influenzi la metodologia: insegnare ad un corso professionalizzante per
chef implica palesemente modalità relazionali diverse dall’insegnare in
un ambiente prettamente di ricerca accademica. L’elemento
però a mio giudizio realmente centrale della formazione passa però
troppo spesso in secondo piano. Mi riferisco al focus sulla RELAZIONE
di insegnamento: la specificità del singolo individuo che costituisce,
nella sua singolarità, l’elemento base del gruppo-classe. In
questo articolo voglio pertanto concentrarmi sugli aspetti secondo
meritevoli di attenzione in un setting ben preciso, che è quello delle
cosiddette “scuole professionali per ragazzi”. Ho
avuto modo, tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, di sostituire
un insegnante in una struttura che si occupa di formazione
professionale di vario tipo, ivi compresi i Corsi Professionali per
ragazzi, previsti dalla cosiddetta “riforma scolastica del
Diritto-Dovere”. Nello specifico ho seguito per
le ultime tre settimane previste dal percorso formativo annuale gli
studenti di dieci classi dei corsi professionali per
meccanico-attrezzista, per elettrotecnico e per acconciatore. Il
target è pertanto costituito perlopiù da ragazzi tra i 14 e i 19 anni,
di diversa estrazione sociale, con contesti familiari di origine
caratterizzati principalmente da scolarità medio-bassa. In
tale contesto l’insegnante-formatore deve necessariamente porsi come
soggetto-guida paziente e al contempo caparbio. La maggior parte dei
ragazzi, infatti, evidenzia bassa propensione per l’apprendimento di
materie teoriche – o più tradizionalmente “scolastiche” – come
italiano, matematica, lingua straniera, mostrando invece maggior
interesse e predisposizione per le attività professionalizzanti di
laboratorio. In questo senso è senz’altro utile a
mio modo di vedere un’attenzione particolare agli aspetti pragmatici
anche delle materie più “teoriche”: da un lato incentivare l’attività
manuale delle lezioni (lavori di gruppo, elaborati, cartelloni,
simulazioni, …), dall’altro sottolineare sempre come l’acquisizione
di particolari conoscenze influenzerà la vita quotidianità di ciascuno
(volendo fare degli esempi intenzionalmente “provocatori”: come la
lingua straniera potrà per esempio essere utile per l’ “approccio” a
ragazze/i straniere/i di sesso opposto, o come la matematica possa
tornare utile per l’acquisto di uno scooter, …). Elemento
centrale sarà sempre e comunque la capacità di “ascolto attivo” del
docente, cognitivamente ma soprattutto emotivamente coinvolto in una
relazione educativa sui generis, che richiede accoglienza e
determinazione. Occorre in sintesi a mio giudizio, lambendo un
linguaggio per certi versi analitico, portare nella relazione educativa
l’autorevolezza della figura del padre.
Nei
vari gruppi-classe si registra però anche la presenza di numerosi
soggetti più difficili da trattare, caratterizzati in primis da
fortissima demotivazione per l’apprendimento e completo rifiuto
dell’autorità scolastica e – più in generale – delle istituzioni. Spesso
soggetti come questi influenzano in modo determinante il setting
d’aula, generano dinamiche di difficile gestione, a volte
compromettendo la possibilità di svolgere l’attività formativa. Quale
comportamento deve mantenere l’insegnante-formatore, in questi casi? La mia breve esperienza mi ha suggerito l’attenzione per tre “regole”
che a mio giudizio agevolano il compito dell’insegnante, qualora questi
le “metabolizzi” e le “porti con sé” come strumenti di lavoro:
1) NON C’E’ NESSUNA “GUERRA” IN CORSO! (attenzione alla RELAZIONE).
Nel
ruolo di insegnante occorre sempre porre attenzione a non entrare nella
dinamica, enfatizzata da molti ragazzi, che si sia su “un campo di
battaglia”: da un lato gli studenti, dall’altro i professori. Un’eterna
“lotta per il potere”. Si spara in entrambi i sensi, con l’obiettivo di
far vedere “chi ha la voce più grossa”. Al centro, un fossato di
incomunicabilità che si autoalimenta. Emergono
così i casi di chi mostra sprezzante ai compagni l’ennesimo
provvedimento disciplinare ricevuto, a dimostrazione pubblica della
superiorità rispetto all’istituzione. D’altro canto, il professore che
con malcelato orgoglio sostiene che “quando entra in classe lui, regna
il terrore e nessuno si muove”. Incomunicabilità ai massimi livelli. Occorre
invece a mio giudizio destrutturare il concetto, tornando all’elemento
di unione fondamentale: ragazzi e insegnanti sono compresenti in
struttura perché di fatto “giocano nella stessa squadra”. L’obiettivo è
unitario, ed è relativo alla formazione dei ragazzi che si stanno per
affacciare al mondo del lavoro. Il resto sono dinamiche inutili e fini
a se stesse.
2) LA “LABEL THEORY” UCCIDE! (attenzione al SINGOLO).
Molti
ragazzi che frequentano le scuole professionali hanno vissuti di
impotenza che si portano dietro dalle scuole medie e più in generale
dall’infanzia. Abituati ad essere “la pecora nera”, l’ “ultimo della
classe”, “quello più lento”. Abituati – ahinoi – a sentirselo ripetere
da genitori e insegnanti. La “profezia che si autorealizza”: decresce
qualunque spinta motivazionale all’apprendimento e al “mettersi in
gioco”, perché “tanto io non sono capace”. Questa
dinamica – spesso identificata come “label therory”, “teoria
dell’etichetta” – è ancora più grave quando al ragazzo viene rimandata
un’immagine di soggetto potenzialmente pericoloso a livello sociale.
Epiteti che alcuni si sentono ripetere spesso, nella cerchia dei pari
come nell’ambiente familiare, e che li convincono di essere
fondamentalmente persone che vivranno ai margini della società, in un
limbo di vita ai confini con la legalità. Occorre
scardinare queste relazioni, entrandoci personalmente e di prepotenza,
carcando – talvolta costringendo – alla relazione, valorizzando i
ragazzi, riportandoli davvero al centro del gruppo non in quanto
“leader negativi” ma in quanto apportatori di elementi “sani” e utili
al gruppo. Nella mia esperienza, ad esempio, è
stato centrale il riuscire a “creare relazione” con alcuni soggetti
unanimanente riconosciuti come “leader negativi”. Una relazione
vìs-a-vìs, diretta, intenzionalmente cercata al di fuori del contesto
d’aula (negli intervalli, nelle pause pranzo, durante le attività
extra-scolastiche). L’apertura di una relazione diretta, spontanea,
sinceramente centrata sulla fiducia data incondizionatamente si è
rivelata uno strumento che non ho paura di definire quasi magico. I
“leader negativi” si sono mostrati in aula come soggetti attivi,
rispettosi e in certi casi hanno anche AGEVOLATO il ruolo
dell’insegnante, utilizzando la loro leadership all’interno della
classe per convogliare l’attenzione degli altri ragazzi al discorso
comune.
3) SEI IN UNA SCUOLA! (attenzione al CONTESTO).
I
punti sopra descritti potrebbero suggerire un approccio “lascivo”. Non
si tratta di lassismo, ma di “ascolto attivo”. E si tratta di
valorizzare sempre e comunque il contesto formativo in cui ci si trova. Attenzione
al singolo, legami diretti con gli studenti, valorizzazione dell’
“obiettivo comune” sono elementi che devono necessariamente crescere
nella consapevolezza di operare entro un contesto istituzionale il cui
rispetto va sempre valorizzato e ricordato. L’insegnante,
quindi, è per me figura di riferimento, supporto e guida, ma sempre e
comunque insegnante, non “amico”. E in quanto tale deve richidere il
rispetto della sua figura e dell’istituto. Attenzione quindi al
linguaggio come ai comportamenti, necessariamente rispettosi entro le
mura scolastiche. Attenzione al fatto che le regole vanno sempre
spiegate e illustrate. Attenzione al fatto che la richiesta di un
comportamento adeguato al contesto – comportamento che può e per certi
versi deve essere diverso da quello mantenuto all’esterno della scuola
– non è un atteggiamento ipocrita privo di fondamento, ma un elemento
centrale della società, che richiede a ciascuno la capacità di sapersi
adeguare al contesto entro cui si trova. |