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di Marco Donatiello

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Il ruolo dell’ “insegnante” nella Scuola Professionale PDF Stampa E-mail
Scritto da Daniele Biolatti   
Monday 11 July 2005

Quali sono i tratti caratteristici della relazione educativa con i ragazzi dei Corsi Professionali (le “scuole professionali”)? Alcune idee e spunti di riflessione in merito.

L’essere in possesso di una conoscenza è cosa ben diversa dal saper trasmetterla.

Tecnicamente la conoscenza – un costrutto ben più ampio e articolato della più elementare “informazione” – è un complesso di elementi la cui trasmissione implica competenze specifiche.

Intuitivamente si deduce che molto è legato al TIPO di conoscenza che si vuol trasmettere: è infatti evidente che se io devo insegnare a cucinare un piatto di lasagne alla bolognese oppure se devo far comprendere all’uditore la matematica soggiacente i frattali di Mandelbrot sarò costretto ad utilizzare linguaggi e strumenti assai diversi tra loro.

Analogamente è intuitivo quanto il CONTESTO influenzi la metodologia: insegnare ad un corso professionalizzante per chef implica palesemente modalità relazionali diverse dall’insegnare in un ambiente prettamente di ricerca accademica.

L’elemento però a mio giudizio realmente centrale della formazione passa però troppo spesso in secondo piano. Mi riferisco al focus sulla RELAZIONE di insegnamento: la specificità del singolo individuo che costituisce, nella sua singolarità, l’elemento base del gruppo-classe.

In questo articolo voglio pertanto concentrarmi sugli aspetti secondo meritevoli di attenzione in un setting ben preciso, che è quello delle cosiddette “scuole professionali per ragazzi”.

Ho avuto modo, tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, di sostituire un insegnante in una struttura che si occupa di formazione professionale di vario tipo, ivi compresi i Corsi Professionali per ragazzi, previsti dalla cosiddetta “riforma scolastica del Diritto-Dovere”.

Nello specifico ho seguito per le ultime tre settimane previste dal percorso formativo annuale gli studenti di dieci classi dei corsi professionali per meccanico-attrezzista, per elettrotecnico e per acconciatore.

Il target è pertanto costituito perlopiù da ragazzi tra i 14 e i 19 anni, di diversa estrazione sociale, con contesti familiari di origine caratterizzati principalmente da scolarità medio-bassa.

In tale contesto l’insegnante-formatore deve necessariamente porsi come soggetto-guida paziente e al contempo caparbio. La maggior parte dei ragazzi, infatti, evidenzia bassa propensione per l’apprendimento di materie teoriche – o più tradizionalmente “scolastiche” – come italiano, matematica, lingua straniera, mostrando invece maggior interesse e predisposizione per le attività professionalizzanti di laboratorio.

In questo senso è senz’altro utile a mio modo di vedere un’attenzione particolare agli aspetti pragmatici anche delle materie più “teoriche”: da un lato incentivare l’attività manuale delle lezioni (lavori di gruppo, elaborati, cartelloni, simulazioni, …), dall’altro sottolineare sempre come l’acquisizione di particolari conoscenze influenzerà la vita quotidianità di ciascuno (volendo fare degli esempi intenzionalmente “provocatori”: come la lingua straniera potrà per esempio essere utile per l’ “approccio” a ragazze/i straniere/i di sesso opposto, o come la matematica possa tornare utile per l’acquisto di uno scooter, …).

Elemento centrale sarà sempre e comunque la capacità di “ascolto attivo” del docente, cognitivamente ma soprattutto emotivamente coinvolto in una relazione educativa sui generis, che richiede accoglienza e determinazione. Occorre in sintesi a mio giudizio, lambendo un linguaggio per certi versi analitico, portare nella relazione educativa l’autorevolezza della figura del padre.


Nei vari gruppi-classe si registra però anche la presenza di numerosi soggetti più difficili da trattare, caratterizzati in primis da fortissima demotivazione per l’apprendimento e completo rifiuto dell’autorità scolastica e – più in generale – delle istituzioni.

Spesso soggetti come questi influenzano in modo determinante il setting d’aula, generano dinamiche di difficile gestione, a volte compromettendo la possibilità di svolgere l’attività formativa. Quale comportamento deve mantenere l’insegnante-formatore, in questi casi?

La mia breve esperienza mi ha suggerito l’attenzione per tre “regole” che a mio giudizio agevolano il compito dell’insegnante, qualora questi le “metabolizzi” e le “porti con sé” come strumenti di lavoro:


1) NON C’E’ NESSUNA “GUERRA” IN CORSO! (attenzione alla RELAZIONE).


Nel ruolo di insegnante occorre sempre porre attenzione a non entrare nella dinamica, enfatizzata da molti ragazzi, che si sia su “un campo di battaglia”: da un lato gli studenti, dall’altro i professori. Un’eterna “lotta per il potere”. Si spara in entrambi i sensi, con l’obiettivo di far vedere “chi ha la voce più grossa”. Al centro, un fossato di incomunicabilità che si autoalimenta.

Emergono così i casi di chi mostra sprezzante ai compagni l’ennesimo provvedimento disciplinare ricevuto, a dimostrazione pubblica della superiorità rispetto all’istituzione. D’altro canto, il professore che con malcelato orgoglio sostiene che “quando entra in classe lui, regna il terrore e nessuno si muove”. Incomunicabilità ai massimi livelli.

Occorre invece a mio giudizio destrutturare il concetto, tornando all’elemento di unione fondamentale: ragazzi e insegnanti sono compresenti in struttura perché di fatto “giocano nella stessa squadra”. L’obiettivo è unitario, ed è relativo alla formazione dei ragazzi che si stanno per affacciare al mondo del lavoro. Il resto sono dinamiche inutili e fini a se stesse.


2) LA “LABEL THEORY” UCCIDE! (attenzione al SINGOLO).


Molti ragazzi che frequentano le scuole professionali hanno vissuti di impotenza che si portano dietro dalle scuole medie e più in generale dall’infanzia. Abituati ad essere “la pecora nera”, l’ “ultimo della classe”, “quello più lento”. Abituati – ahinoi – a sentirselo ripetere da genitori e insegnanti. La “profezia che si autorealizza”: decresce qualunque spinta motivazionale all’apprendimento e al “mettersi in gioco”, perché “tanto io non sono capace”.

Questa dinamica – spesso identificata come “label therory”, “teoria dell’etichetta” – è ancora più grave quando al ragazzo viene rimandata un’immagine di soggetto potenzialmente pericoloso a livello sociale. Epiteti che alcuni si sentono ripetere spesso, nella cerchia dei pari come nell’ambiente familiare, e che li convincono di essere fondamentalmente persone che vivranno ai margini della società, in un limbo di vita ai confini con la legalità.

Occorre scardinare queste relazioni, entrandoci personalmente e di prepotenza, carcando – talvolta costringendo – alla relazione, valorizzando i ragazzi, riportandoli davvero al centro del gruppo non in quanto “leader negativi” ma in quanto apportatori di elementi “sani” e utili al gruppo.

Nella mia esperienza, ad esempio, è stato centrale il riuscire a “creare relazione” con alcuni soggetti unanimanente riconosciuti come “leader negativi”. Una relazione vìs-a-vìs, diretta, intenzionalmente cercata al di fuori del contesto d’aula (negli intervalli, nelle pause pranzo, durante le attività extra-scolastiche). L’apertura di una relazione diretta, spontanea, sinceramente centrata sulla fiducia data incondizionatamente si è rivelata uno strumento che non ho paura di definire quasi magico.

I “leader negativi” si sono mostrati in aula come soggetti attivi, rispettosi e in certi casi hanno anche AGEVOLATO il ruolo dell’insegnante, utilizzando la loro leadership all’interno della classe per convogliare l’attenzione degli altri ragazzi al discorso comune.


3) SEI IN UNA SCUOLA! (attenzione al CONTESTO).


I punti sopra descritti potrebbero suggerire un approccio “lascivo”. Non si tratta di lassismo, ma di “ascolto attivo”. E si tratta di valorizzare sempre e comunque il contesto formativo in cui ci si trova.

Attenzione al singolo, legami diretti con gli studenti, valorizzazione dell’ “obiettivo comune” sono elementi che devono necessariamente crescere nella consapevolezza di operare entro un contesto istituzionale il cui rispetto va sempre valorizzato e ricordato.

L’insegnante, quindi, è per me figura di riferimento, supporto e guida, ma sempre e comunque insegnante, non “amico”. E in quanto tale deve richidere il rispetto della sua figura e dell’istituto. Attenzione quindi al linguaggio come ai comportamenti, necessariamente rispettosi entro le mura scolastiche. Attenzione al fatto che le regole vanno sempre spiegate e illustrate. Attenzione al fatto che la richiesta di un comportamento adeguato al contesto – comportamento che può e per certi versi deve essere diverso da quello mantenuto all’esterno della scuola – non è un atteggiamento ipocrita privo di fondamento, ma un elemento centrale della società, che richiede a ciascuno la capacità di sapersi adeguare al contesto entro cui si trova.

 
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