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In questo articolo, Vanessa Caracci ci regala un commento sulla serata del 18 Marzo a Milano, organizzata da WoPsy in collaborazione con Massimiliano Sparro e u2coach: riflessioni ed emozioni per chi era con noi quella sera e per chi avrebbe voluto esserci.
Se c’è una cosa che mi ha sempre affascinato nelle parole è come queste possano assumere corporeità e rievocare immagini oltre che essere veicoli di suoni. E quelle immagini, pur apparendo a noi uomini come unici e complessi, diventano strumenti di dominio comune in talune circostanze. E questi strumenti, a loro volta, ci consentono di ripescare la nostra soggettività proprio a partire dalle relazioni che si creano nel collettivo. “Nessuno può insegnare qualcosa a un altro uomo. Può solo aiutarlo a tirare fuori qualcosa che ha già dentro di sé.”(Galileo Galilei) Con questa frase parte il mio ricordo sulla serata del 18 marzo dedicata al coaching. Il mio obiettivo era quello di approfondire la conoscenza di questo strumento formativo attraverso la viva voce di un esperto. D’altra parte ciò che si restituisce per mezzo di un esperienza di lavoro può risultare più incisivo rispetto ad un acquisizione puramente teorica. Osservando e ascoltando le parole di questo coach ho arricchito la mia conoscenza sul coaching. Osservando e ascoltando… Lampante per me è stato l’approccio del coach Massimiliano Sparro con il pubblico di questa serata. E’ nata fin dall’inizio una ricerca di relazione alla ricerca di un significato. Dopo una rapida presentazione delle persone (nomi e rispettivi ruoli) si è passati su una altro livello di comunicazione: fissare concetti a partire da domande che lui stesso ha proposto e alle quali qualcuno dei partecipanti ha tentato di dare una risposta. Ed io nel frattempo ho visto nitidamente quell’immagine: un coach che prova a conoscere le persone che vogliono conoscere il coach. Il coach su un piano e noi (potenziali coachee) sullo stesso piano. Si “rievoca”: domande del coach e risposte del pubblico. Domande del pubblico e domande del coach. Eccola, pensai, la struttura della relazione: un percorso comunicativo tra noi e il coach e da lui supportato. Ha parlato di questa professione con le sue caratteristiche e di come lui la vive. Ha sottolineato molto quanto l’etica sia fondamentale nel suo cammino. Mi ha fatto molto riflettere una sua frase: “il coach deve essere etereo…” e nel contempo offriva delle immagini attraverso un linguaggio non verbale. Gesti e movenze che accompagnavano parole per far capire, ad esempio, come si aiuta un coachee a raggiungere gli obiettivi essendo consapevole a partire solo da se stesso. Come? Riflettendosi, uscendo con lo sguardo dal proprio corpo per guardarsi dentro da un’altra prospettiva. E nel frattempo Massimiliano ha compiuto una rotazione con il corpo e con lo sguardo. Parole che assumono corporeità. E poi l’esempio: un volontario, una persona seduta tra noi che, insieme a Massimiliano, restituisce a se stesso una sua personale questione. Noi, nel frattempo, li osserviamo in silenzio. C’è un uomo, la sua immagine riflessa in uno specchio e lo sguardo di quest’uomo nello specchio. E’ da lì che prende vita e forma la relazione. E’ il coach che si riempie delle parole del suo coachee. Diventa visibile questo flusso che trova una direzione, va in un verso e torna indietro. Si genera la comunicazione bilaterale. Quello che mi ha colpito è l’enorme potere che può avere uno strumento simile e l’umanità che deve possedere chi pratica questo mestiere. Il discorso rientra infatti nella logica della libertà; nel rispetto di questa libertà si muove il coach. Se c’è questo requisito emerge l’individualità del coachee con il suo obiettivo. Tutto ciò perché il coach crede in lui ed è fermamente convinto che possa farcela. In caso contrario, e cioè senza convinzione, non c’è relazione. Vanessa Caracci Sul tema del coaching ci sono altri articoli: Il coaching di Massimiliano Sparro L'intervista alla presidente della Federazione Italiana Coach di
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