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di Marco Donatiello
Donne libere di scegliere PDF Stampa E-mail
Scritto da Elisa Emer   
Saturday 15 January 2005
Breve riflessione su donne e mondo del lavoro scaturita da colloqui con adolescenti e adulte e dall’incontro di riflessione sulla Legge Biagi (vedi gli articoli di Ivan Ferrero), nella quale le donne vengono considerate categoria svantaggiata insieme a giovani, anziani e portatori di disabilità. Cosa evoca la parola “femminile”? Dolcezza, cura, comprensione, maternità, passiva compagna del maschile. E’ forse questa l’immagine che condiziona chi assume facendo preferire un uomo, specie in ruoli dirigenziali, dato che la donna-vestale è costruita per assistere il focolare? Forse. Ma il femminile è anche altro, portatore di potere occulto e di fascino pericoloso. Nel mito la prima donna creata da Dio come compagna di Adamo sarebbe stata Lilith, ribellatasi al compagno assegnatole per giacere con demoni infernali: la sua storia evoca l’immagine della luna oscura, di una figura che scivola sugli umani divorando bambini e obbligando gli uomini a sottomettersi a lei. Madre, moglie, figlia: anche questi ruoli socialmente rassicuranti hanno una zona d’ombra, come raccontano “Le mille e una notte”, dove donne scaltre e smaliziate liberano con esorcismi o condannano con fatture di una perfidia inaudita le povere vittime (perlopiù uomini buoni e onesti). Dunque le immagini si sovrappongono, si (e ci) confondono… insomma, supponendo di avere a che fare con persone intelligenti e collocate storicamente nel 2005, non dovrebbe essere solo uno stereotipo nella mente del selettore del personale a impedire a una donna di trovare un posto di lavoro. Ma le donne cosa vogliono? Riporto dei dati da http://miaeconomia.virgilio.it/retrieval/home/home.aspx(articolo del 3/9/2004): “Insieme a Turchia, Messico e Corea del Sud, l’Italia è il paese in cui le donne lavoreranno meno. In base ai dati diffusi dall’Ocse, nel 2025 la percentuale di donne italiane fra 25 e 54 anni che lavoreranno fuori casa sarà del 64,5% del totale. Di certo non un bel risultato per il nostro Paese, soprattutto se considerato che la media Ocse si attesta intorno al 76%.” Agghiacciante. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico diffonde dati di una disparità tra i sessi incomprensibile. Superato lo shock, proviamo a interrogarci su cosa questi dati non ci dicono. Cosa significa che le donne italiane non hanno un facile accesso al mondo del lavoro? Il lavoro “fuori casa” è veramente così appetibile per una percentuale di donne molto più alta di quelle che già lo possiedono? Quanto i condizionamenti sociali influiscono senza che noi ce ne rendiamo conto su ciò che reputiamo giusto o sbagliato? Forse l’ultima domanda contiene in sé la risposta alle prime due. Perché le donne soffrono di sentimenti di inferiorità, di impotenza, di rabbia? Forse perché non sanno riconoscere la voce della loro vocazione individuale, vittime come sono dell’immagine acquisita da mass media, educazione familiare, o rivendicazioni sociali proprie del particolare momento storico. Cosa può fare uno psicologo davanti alla sofferenza di una persona che si dibatte nella ragnatela di un destino che non le appartiene? Aiutare a crescere: liberare potenziali, far conoscere i propri desideri, le proprie paure, lasciare sfogare la sana rabbia che scaturisce dal non vedere allo specchio l’immagine che ci si aspetta e facilitarne la trasformazione in creatività. Ci sono storie di donne che hanno lasciato la loro impronta nei campi più disparati: Gala, moglie e musa ispiratrice di Salvador Dalì; Teodora, ballerina di circo nella Bisanzio del VI secolo, sposa e consigliera intuitiva dell’imperatore Giustiniano; Artemisia Gentileschi, pittrice post-rinascimentale capace di rappresentare i drammi della sua vita attraverso le sue tele; Enrichetta Blondel, fertilizzatrice dell’opera del marito Alessandro Manzoni attraverso la sua fervente devozione religiosa; Rita Levi Montalcini, ricercatrice tenace e riconosciuta a livello mondiale; Melanie Klein, dedita alla psicologia con passione e spirito critico… e potrei continuare portando miti moderni e passati, protagonista sempre la donna, il cosiddetto sesso debole! Ecco perché un selettore del personale dovrebbe avere una preparazione psicologica. Che cosa una donna, quella donna particolare, desidera dalla vita? Che cosa agogna la sua anima, che conosce possibilità e potenzialità della sua ospite? Sta cercando un lavoro per il quale è portata e possiede le competenze necessarie, oppure insegue una fuga, una ribellione? Se, come recita il nostro codice deontologico “lo psicologo considera suo dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuoverle il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità” (art.3), riconoscere chi abbiamo davanti è quanto di più nobile possiamo fare per migliorare una vita. Elisa Emer


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