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di Marco Donatiello
La (ri)scoperta del sogno come evento sociale: la Social Dreaming Matrix PDF Stampa E-mail
Scritto da Elisa Emer   
Friday 20 August 2004
Dio ha creato le medicine per guarire le malattie, il vino per guarire la tristezza, e i sogni per guidare chi è cieco nel cammino della vita. Papiro egiziano Sebbene avvicinandosi allo studio della teoria della Social Dreaming Matrix (SDM) si scoprano connessioni con le usanze dei popoli “primitivi”, specie quelli australiani, che abitualmente si raccontano i propri sogni per prendere decisioni riguardanti la collettività, per introdurre il tema del sogno sociale ho trovato efficace richiamarmi ad un libro che sta alla base del pensiero occidentale: la Bibbia. Nella Genesi (capitoli 40,41) Giuseppe interpreta i sogni prima del coppiere e del panettiere del faraone, poi del faraone stesso. Mentre per l’interpretazione dei sogni dei due uomini lega le immagini al loro destino individuale, per quello creato dal sovrano predice un futuro per il popolo tutto: i sette anni di prosperità prima e di grave carestia poi. Ora, la nostra visione del mondo è di molto cambiata: nelle moderne nazioni non esiste più un uomo sovrano rappresentante di dio sulla terra (se non nel delirio di una psiche patologica), per cui, pensando al sovrano come a un uomo con il preciso compito di governare ispirato il suo popolo, in questo racconto possiamo vedere come il sogno sia espressione non solo di vicende personali, ma anche della società, dell’organizzazione in cui siamo inseriti col nostro preciso ruolo e responsabilità. Il merito di aver riportato l’attenzione sul sogno va innanzitutto, com’è noto, a Sigmund Freud (1900), ma è Gordon Lawrence che nei primi anni ’80 ha dato vita al setting-matrice per permettere la condivisione, l’associazione e l’amplificazione (mai l’interpretazione) di sogni in un collettivo di persone. Lawrence all’epoca faceva parte dello staff scientifico delle Relazioni Umane del Tavistock Institute di Londra e aveva notato che spesso un membro del gruppo, durante le sue consulenze, “portava” un sogno. Quest’osservazione, unita alla sua passione per altre culture, specie quelle cosiddette “primitive”, alla lettura di Jung e delle sue esperienze di sogni e visioni profetiche, ed alla scoperta quasi casuale del libro di Charlotte Beradt, "The Third Reich of Dreams", in cui l’autrice raccoglie sogni fatti da tedeschi durante il governo di Hitler, lo portò ad approfondire il potenziale creativo e trasformativo del materiale onirico. Il setting prescelto per questa esperienza fu opportunamente distinto da quello del lavoro in gruppo: le sedie sono disposte nella stanza a spirale o a piccoli “cluster”, similmente ad un fiocco di neve, e il conduttore (taker), il cui ruolo è fornire associazioni dando prova di possedere una grande “capacità negativa”, prende posto solitamente al centro, o altrove a seconda della disposizione dei partecipanti. Questi ultimi associano al primo sogno emerso spontaneamente altri sogni, immagini, riflessioni, ricordi, e a poco a poco si va formando un sogno di gruppo. E’ importante che nella matrice non ci sia censura, un clima giudicante, perché essa deve essere vissuta come uno spazio di riflessione amorale. La durata di un incontro è di circa un’ora e trenta. Partecipando a una SDM la prima impressione può essere quella di non sapere dove si stia andando; le immagini sembrano fluire senza senso e senza risposte. Ecco il paradosso in questo tipo di pensiero creativo: l’attenzione è centrata sull’inconoscibile. Poco a poco però, sia che si tratti di un singolo incontro, sia che gli incontri si protraggano nel tempo (durante un seminario residenziale, piuttosto che in aperti cicli settimanali) viene formandosi un senso di "communitas", di essere liberi nell’esprimere l’inesprimibile, a volte anche a sé stessi. Ho visto partecipanti iniziare la seduta con lo scetticismo negli occhi (anche un po’ di noia, a volte), salvo poi accendersi all’“arrivo”nella matrice dell’immagine giusta, quella che fa vibrare proprio la nostra corda dell’emotività. Nei sogni si trova tutto quello che non vogliamo ammettere, personizzato da potenti intuizioni: le nostre vere paure, le nostre lacune, le relazioni sotterranee che agiscono comunque nel nostro quotidiano portando a quello spazio che lavora contro la razionalità che spesso l’organizzazione applica con fierezza. E quando l’organizzazione non riesce a fluire nell’incertezza del presente in cui è immersa ha bisogno di vedere ciò che non può essere visto. Nel testo curato da Lawrence, "Social dreaming. La funzione sociale del sogno", vi sono molti esempi di consulenze organizzative realizzate con questo metodo. La cultura è sempre difficile da mutare, anche di fronte all’evidenza del suo essere stantio e suicida: la SDM può fornire una possibilità di trasformazione perché: “la cultura nasconde tanto quanto essa svela, e poiché nasconde le cose più importanti ci deve essere un mezzo per scoprire i processi inconsci e renderli disponibili al pensiero”(pag. 136). Per questo la SDM può essere un valido strumento di consulenza e di ricerca-intervento, facendo sì che l’organizzazione possa rendersi conto della complessità presente al suo interno, della necessità di ricercare modi alternativi di guardare ai dati (tanto richiesti e tanto sopravvalutati oggi!) per scoprire nuove soluzioni, dell’importanza di trovare canali informativi “altri” e della possibilità-risorsa che è intrinseca alla liberazione del pensiero. Anche fuori da un setting di consulenza la SDM fa emergere immagini che sono comuni (Lawrence si collega così a Jung e ai concetti da lui sviluppati di archetipi e sincronicità) e pregne di creatività. Il sogno come ponte, dunque: un cono di aria pura che si proietta tra quel buco nero che è al nostro interno, la Psiche, riflesso (forse) dell’altrettanto misterioso e insondabile universo che vediamo altrettanto nero, nelle notti stellate, “là fuori”. Nel passaggio da società industriale a società dell’informazione non possiamo più essere ciechi dei limiti posti dallo spazio euclideo a cui siamo abituati. La comunicazione on-line, ad esempio, ha relativizzato l’importanza dello spazio ottico in favore di uno acustico dove, con le parole di Whitehead (1925) “l’universo è pura mente”, e la causalità, che da sempre è servita a mettere ordine nell’apparente (e intollerabile) caos, può cedere il passo all’associazione libera, che amplifica l’universo in un multi-verso di significati. Grande è la capacità di Lawrence di saltare abilmente da teorie cosmologiche e religioni (egli stesso cita come affini al suo pensiero buddismo, sufismo e zen) ad efficaci applicazioni pratiche del suo metodo, ulteriore riprova di come l’apertura creativa, il guardarsi attorno, non sia prerogativa di santi e visionari ma sia anzi una necessità per valorizzare la nostra umanità, sempre alla ricerca di un senso, e sempre vincolata da un’esistenza carica di necessità pratiche. Per saperne di più, l’unico testo in italiano è il già citato LAWRENCE, Gordon, (a cura di), "Social dreaming . La funzione sociale del sogno", Borla, Roma, 2001. Molto interessante per approfondimenti dei temi che ho trattato e di molti altri aspetti teorici e metodologici, nonché per eventuali contatti, è il sito ufficiale, in inglese, www.socialdreaming.org L’unico vero modo però per comprendere appieno il metodo è parteciparvi. L’11 settembre 2004 si terrà ad Ascona, nella Svizzera italiana, presso la Fondazione Eranos un social dreaming condotto da Maurizio Gasseau, psicologo junghiano e psicodrammatista. Per informazioni: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
 
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