|
|
L'immagine
 di Marco Donatiello
|
|
Formazione, autoformazione e follow up |
|
|
|
|
Scritto da Ivan Ferrero
|
|
Monday 16 September 2002 |
|
Un antico proverbio dice: ascolto e dimentico, vedo e ricordo, faccio e so.
Il problema è che per fare è richiesto del tempo...
“Non il tanto poco, ma il poco tanto”, dicevano gli antichi saggi.
L’invito che ci offre questa frase è molto chiaro: è inutile fare tante cose, ma in modo superficiale. Piuttosto è meglio fare meno cose, ma più approfonditamente.
Altrettanto chiare sono le conseguenze a cui portano queste due alternative: la prima rischia di portare a fare delle cose male, senza la necessaria cura per i particolari. La seconda invece porta a fare meno cose, certamente, ma con un’attenzione maggiore, quindi lasciando nulla al caso.
La stessa cosa potrebbe essere detta nei confronti dell’apprendimento.
Una lettura veloce ad un libro, infatti, può dare un’idea di ciò di cui si sta parlando, il risultato sarebbe nettamente migliore se questo libro fosse letto con calma, ragionando sulle singole parti, e si avesse modo di sperimentare quanto detto, in modo da esercitarsi.
Questo secondo approccio richiederebbe molto più tempo.
Ed è proprio questo tempo che oggigiorno non ci è messo a disposizione.
Un tempo un manager poteva permettersi il lusso di scomparire dalla scena per qualche mese, al fine di seguire dei corsi di formazione, e ritornare perfettamente reintegrabile e con un bagaglio maggiore di conoscenze e competenze.
Ai nostri giorni ciò non è più possibile, e si avverte la sensazione che chi scompare non abbia più modo di ricomparire, in quanto già rimpiazzato.
Questo atteggiamento ha anche condizionato i tempi (sempre più ridotti ai minimi termini) dei corsi di formazione.
Se questi ultimi prima potevano durare anche molti giorni, ora arrivano a durare solo un fine settimana o, nel migliore (peggiore?) dei casi, anche solo una domenica.
Certo i vantaggi ci sono: corsi brevi e veloci e, quindi, in grado di tenere testa alle nuove esigenze, la sicurezza di poter continuare a rimanere sulla scena del mercato del lavoro e nel frattempo incamerare più nozioni rispetto a una volta.
Nel frattempo i corsi di formazione, per venire incontro a queste esigenze, si sono strutturati sempre di più secondo una logica di apprendimento rapido, e spesso terminato il corso terminano anche i rapporti con gli “allievi”.
Ma è tutto oro quello che luccica?
È possibile riproporre in due giorni ciò che prima veniva presentato in tempi molto più lunghi, mantenendone la stessa validità?
Se concepiamo l’uomo in modo meccanicistico, come un acquisitore di informazioni che subito vengono elaborate e messe in pratica (alla stregua di un computer), la risposta è più che affermativa.
Se concepiamo l’uomo in altri termini, ossia come un accoglitore, valutatore, elaboratore di informazioni, un essere con dei tempi di risposta “naturali”, fallibile, non-razionale, con delle emozioni, se concepiamo l’uomo, quindi, come un essere umano, la risposta è più che negativa.
Un’informazione, prima di poter essere messa in pratica, deve prima essere accettata, poi immagazzinata nella memoria a lungo termine, elaborata, integrata con tutte le conoscenze già presenti nell’individuo, ed integrata nel suo stesso essere (ossia deve amalgamarsi con ciò che l’individuo è già, in un continuo processo di tesi-antitesi-sintesi).
Solo a questo punto si può iniziare a parlare di messa in atto delle conoscenze acquisite, dove con questa espressione si intende tutto quel processo che porta l’individuo dal sapere cosa al sapere come.
Un antico proverbio dice: ascolto e dimentico, vedo e ricordo, faccio e so.
Il problema è che per fare è richiesto del tempo.
Una prima soluzione potrebbe essere quella di estendere la durata del corso di formazione, in modo da assicurarsi il pieno raggiungimento dei suoi obiettivi.
Questo tuttavia va contro la tendenza attuale.
Se invece non si vuole modificare il parametro “durata del corso” è necessario intervenire in altri modi.
In particolare due sono le parole chiave che possono trasformare un corso di formazione di carattere scolastico iperaccelerato in un corso che assicura il pieno raggiungimento degli obiettivi, pur mantenendo la caratteristica di brevità: autoformazione e follow up.
Se un corso di formazione non riesce ad approfondire esaurientemente gli argomenti trattati, è necessario allora che promuova anche un processo di autoformazione.
È necessario, quindi, che susciti curiosità nell’allievo, in modo che questo si senta poi incoraggiato ad approfondire l’argomento per conto proprio.
Risulta ovvio come in quest’ottica il formatore non è più un semplice trasmettitore di informazioni, come una radio, ma diventa un personaggio profondamente coinvolto in una relazione con un’altra (o più) persona. Fondamentali diventano quindi per lui le capacità di relazionarsi con il prossimo, di trasmettere informazioni ed anche emozioni.
Il corso di formazione si colloca quindi all’interno di una negoziazione tra i vari partecipanti, non solo di obiettivi, ma anche di processi emozionali e di apprendimento (del resto nei processi di apprendimento intervengono a sostenere un ruolo fondamentale le emozioni).
Per assicurarsi che l’allievo abbia veramente integrato le conoscenze promosse dal corso di formazione, e che le abbia realmente trasformate in competenze, è necessario un processo di follow up.
Può essere inteso come monitoraggio, ma così concependolo se ne riduce la portata.
Un significato aggiunto è quello letterale: seguire.
Si tratta infatti di continuare a seguire l’allievo nei tempi immediatamente seguenti al corso di formazione per verificare se riesce a mettere in pratica ciò che gli è stato insegnato.
È possibile, anzi consigliabile, effettuare delle verifiche periodiche, prima a breve termine, poi dilungandosi nel tempo. Ad esempio si potrebbero effettuare delle verifiche subito dopo una settimana, poi dopo un mese, altri tre mesi, sei mesi, un anno.
Questo è utile in quanto l’allievo può ricevere periodicamente un feedback con annesse eventuali direttive per colmare le lacune rimaste.
Sarebbe meglio se autoformazione e follow up fossero combinate nello stesso corso di formazione.
Ad esempio l’autoformazione può essere integrata nel processo di follow up, ossia indicando di volta in volta quali argomenti sarebbe meglio che l’allievo approfondisse. In questo nel nucleo centrale del corso ci si potrebbe concentrare sul far immagazzinare il più nozioni possibili, che verrebbero poi riprese ed approfondite durante il follow up.
Le possibilità di combinazione e le modalità di integrazione di questi elementi all’interno di un corso sono infinite e potrebbero rendere quest’ultimo notevolmente più flessibile, potendo avvicinarsi di più alle reali esigenze dell’allievo.
Ferrero Ivan
ALCUNI TESTI DI RIFERIMENTO:
DE BENI R., MOE’ A., Motivazione e apprendimento, Bologna, Il Mulino, 2000 ---> cercalo su bol.com
F. SPEZIALE-BAGLIACCA, Formazione e percezione psicoanalitica, Milano, Feltrinelli, 1982 ---> cercalo su bol.com
W. BION, Apprendere dall'esperienza, Roma, Armando, 1972 ---> cercalo su bol.com
MORELLI U., WEBER C., Passione e apprendimento. Formazione-intervento: teoria, metodo, esperienze, Milano,
Raffaello Cortina, 1996 ---> cercalo su bol.com |
|
|